Una premessa è
d’obbligo: la mia opinione sull’amministrazione comunale, in
tema di ambiente e di attenzione alle fonti rinnovabili, è
pessima. Fumo a volontà e nessuna traccia di arrosto, a
Casarano, sui temi che stanno appassionando, preoccupando e
facendo discutere tutto il pianeta o, più modestamente,
anche solo la nostra provincia. Detto questo, il rischio di
farsi trascinare dalle proprie opinioni è grande, e allora
meglio affidarsi alle realtà obiettive, ai numeri e alle
leggi: la mia conclusione l’ho esposta, in base ai dati di
fatto ognuno può farsi la sua.
Partiamo
dall’eolico, sul quale da tempo ormai si dibatte in tutta la
Puglia, dato che una normativa tra le più permissive
d’Italia rischia di consentire speculazioni che
rappresentano costi eccessivi in termini di impatto
ambientale in rapporto ai benefici che le energie
rinnovabili comportano. Una recente sentenza del Tar ha dato
torto al Comune e ha dato il permesso ad un imprenditore
cittadino di tirare su tre pale da 20 kilowatt alte 18 metri
in Contrada «Memmi», ovvero in quella porzione di terreno
compresa tra l’angolo ad est della zona industriale e il
complesso «Euroitalia». Nel frattempo si ha notizia di due
progetti in comuni vicini. Il primo sulle serre di Ruffano,
in contrada «Occhiazzi» (per capirci, ad un tiro di schioppo
da contrada «Manfio», altura amatissima dai casaranesi)
sorgeranno certamente 11 pali eolici da 2 megawatt alti 80
metri, cui va aggiunta un’elica del raggio di 45 metri, (ad
opera di un’azienda, la «Antonio srl», su cui in molti
nutrono seri dubbi); altri 11 pali dello stesso tipo
potrebbero aggiungersi a breve, se andasse in porto la
richiesta (all’esame della Regione Puglia) della Fri-el di
Bolzano. A Ugento, il consiglio comunale ha dato il via
libera (che di per sé però non basta all’avvio dei lavori)
al progetto della società «Erg» per l’installazione di 21
pali eolici da 3 megawatt, alti dunque 100 metri e con
un’elica del raggio di 50 metri in uno degli estremi angoli
del territorio comunale, vicinissimo ai feudi di Casarano e
Taurisano, sulla Ugento-Casarano, alle spalle del consorzio
di bonifica «Ugento-Li Foggi» e dunque in una zona
visibilissima da un’altra altura amatissima dai casaranesi,
la collina della Campana, e molto vicina alla «via messapica»
e a degli importanti (e purtroppo trascurati) scavi
archeologici sul territorio ugentino.
Gli
amministratori casaranesi, a queste notizie, si sono
stracciati le vesti, piangendo il danno che il paesaggio di
Casarano avrebbe ricevuto dalle centrali del vento. Eppure
gli strumenti per impedire il danno c’erano: la normativa
regionale del novembre 2006 chiedeva ai Comuni di redigere
dei Prie (piani regolatori degli impianti eolici) per
indicare le zone a vocazione paesaggistica,
storico-culturale e turistica dove le centrali del vento non
andavano impiantate per non impattare pesantemente con le
vocazioni del territorio. Non solo: la stessa normativa
regionale incentivava i Prie intercomunali, presentati cioè
da aggregazioni di comuni. Insomma, lo scenario più ovvio
sarebbe stato che l’Area Sistema di Casarano coinvolgesse i
comuni che ne fanno parte, costruisse una centrale eolica
magari pubblica o in project financing, in modo da sottrarre
tutta la questione alle speculazioni e al tempo stesso
assicurare alle casse dei comuni utili ben più corposi
rispetto alle briciole che attualmente le società private
riconoscono alle amministrazioni. E perché quella centrale
eolica pubblica intercomunale non poteva sorgere proprio
nella zona industriale di Casarano, dove adesso sorgeranno
le torri (private) di 18 metri? D’altronde parliamo di
un’area nella quale convivono a distanza di qualche
chilometro quattro zone industriali (Casarano, Collepasso,
Matino e Parabita) nonché un intervento edilizio di grandi
proporzioni come l’Euroitalia, tra l’altro in buona parte
abusivo e poi sanato. Di tutto questo, però, nell’attività
di Palazzo dei Domenicani non c’è traccia: la mia
conclusione l’ho già esposta, ognuno può farsi la sua.
Ma non c’è solo l’eolico, nel piatto
dell’energia. La centrale a biodiesel della Italgest, che
produrrà per il 30 per cento elettricità dai semi di
girasole (il restante 70 per cento verrà prodotto,
presumibilmente, dall’olio di palma proveniente dall’Africa)
è un’occasione persa per Casarano e un’occasione colta da
Collepasso, ammesso che i suoi cittadini la vogliano, visto
che sul tema si svolgerà un referendum. Ma il buon senso
dice che al referendum dovrebbe vincere il «sì»: l’energia
prodotta è pulita (anzi, chi volesse approfondire il tema,
viste le sciocchezze che ho letto sul tema anche su questo
sito, può farlo qui:
www.collepasso.it/notizia.phtml?value=914&tb=notizie).
I veri problemi di quella centrale, se mai, sarebbero nello
smaltimento delle eventuali acque di vegetazione, ma anche
su questo è prevista una procedura sperimentale per estrarre
l’olio «a secco» dai semi. Sia Venuti che De Masi assicurano
che il «trasloco» è avvenuto per volontà dell’azienda, che
non intendeva sradicare alcune centinaia di alberi di ulivo
per fare posto all’impianto industriale. Fino a prova
contraria, non c’è motivo di non credere ad entrambi. C’è
motivo di riflettere invece su un altro aspetto: la tutela
degli alberi e di ciò che rappresentano nel paesaggio
salentino è un tema di pubblico interesse, che dovrebbe
essere caro alla collettività; ad avvertire il problema,
però, è stata un’azienda privata, espressione di un
interesse particolare, e non l’ente che rappresenta la
collettività, ovvero il Comune: la mia conclusione l’ho già
esposta, ognuno può farsi la sua.
Ma ci sono
anche altre fonti di energia, a disposizione
dell’amministratore volenteroso. E si presume che la nostra
amministrazione comunale le conosca, visto che da anni
partecipa ai lavori di Agenda 21, il programma di sviluppo
sostenibile che mira proprio ad incentivare le fonti di
energia alternative per affrancarci dalla schiavitù di
carbone e petrolio, tema al quale noi salentini dovremmo
essere particolarmente affezionati, visto che nel giro di
pochi chilometri abbiamo la megacentrale di Cerano, l’altra
centrale di Brindisi Sud, l’area dell’ex Petrolchimico
sempre a Brindisi, l’Ilva e la grande raffineria Agip a
Taranto fino ai «micromostri» ecologici di casa nostra,
dalla Colacem di Galatina, il cementificio che attualmente
produce 778mila tonnellate di Co2 l’anno e che ha bruciato
rifiuti fino a quando la Provincia non ha rifiutato
l’autorizzazione per gli sforamenti inquinanti, diossina
compresa, alla Copersalento di Maglie, dove i rifiuti
vengono già bruciati (tra le proteste dei paesi vicini).
Un’amministrazione come la nostra, che aderisce ad Agenda
21, dovrebbe avere tutt’altra sensibilità e diventare un
esempio di sviluppo alternativo, basato sulle nuove
tecnologie e le compatibilità ambientali, giusto? Eppure
sapete quanta energia fotovoltaica produce Casarano? Zero
kilowatt. E quanta energia da solare termico (l’acqua calda
sanitaria)? Zero kilowatt. Si dirà che dipende da una
condizione di arretratezza dell’Italia in generale e del
Mezzogiorno in particolare. Ma basta guardare la classifica
stilata da Legambiente il 13 febbraio scorso. Nel
fotovoltaico il comune più «virtuoso» d’Italia, cioè il
primo classificato, è Lecce (6mila kilowatt di energia
prodotta all’anno), ma ottengono piazzamenti decorosi anche
Neviano, Tricase, Ruffano, Specchia, Gallipoli, San Donato,
Leverano, Melendugno, Santa Cesarea, Surbo, Carmiano, Porto
Cesareo e perfino Bagnolo del Salento. Nel solare termico,
poi, il secondo posto in Italia se lo aggiudica Ruffano
(grazie alla media di 63 metri quadri di pannelli solari
installati ogni mille abitanti), sfiora il podio Andrano (al
quarto posto con 300 metri quadri e una media di 58 metri
quadri ogni mille abitanti), Lecce è settima (ma ha 4300
metri quadri di pannelli installati, con una media ogni
mille abitanti di 46 metri quadri), ma compaiono anche Surbo,
ancora Santa Cesarea, San Pietro in Lama e perfino Sanarica.
Di Casarano non c’è traccia.
Che dire? La
mia conclusione l’ho già esposta, ora ognuno può farsi la
sua.