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Casarano e le sue mura perdute: un viaggio archeologico nella memoria urbana. Prezioso contributo di Fabio Cavallo

Fabio Cavallo

di Alberto Nutricati

Un contributo di Fabio Cavallo riporta alla luce le tracce nascoste del sistema difensivo medievale del borgo salentino

Nell’intricato tessuto urbano del Salento medievale, tra le città fortificate note – come Lecce, Naradò, Gallipoli e Otranto – si nasconde un enigma di più modesta entità, se vogliamo, ma non meno affascinante: quello delle mura scomparse di Casarano. Il contributo storico di Fabio Cavallo – pubblicato sul sito della Fondazione Terra d’Otranto, all’indirizzo https://www.fondazioneterradotranto.it/2025/08/02/sulle-tracce-delle-mura-scomparse-di-casarano/ – si presenta come un’indagine archeologico-documentaria che restituisce dignità storica a un borgo spesso trascurato dalle ricostruzioni della storia salentina medievale.

Il metodo dell’investigazione storica

L’approccio di Cavallo si distingue per la metodologia interdisciplinare: toponomastica, fonti documentarie e osservazione diretta del tessuto urbano si intrecciano in una ricerca che ha il sapore dell’indagine poliziesca. L’autore non si limita a ipotizzare l’esistenza di antiche fortificazioni, ma procede sistematicamente alla ricostruzione delle loro vicende attraverso indizi sparsi nel tempo e nello spazio urbano.

La chiave interpretativa è quella della “funzionalità essenziale”: a differenza delle imponenti cinte murarie delle città costiere, quelle di Casarano sarebbero state strutture semplici, costruite con materiali di recupero, rispondenti alle esigenze di una comunità di modeste dimensioni, ma comunque esposta ai pericoli dell’epoca.

I testimoni silenziosi della storia

Particolare fascino riveste la lettura che Cavallo propone degli elementi architettonici superstiti. L’Arco di via Matino – spoglio di ornamentazioni, ma strategicamente posizionato – viene interpretato come antica porta d’accesso al borgo medievale. Un documento del 1838 conferma la presenza di una “porta della Terra” nella stessa zona, fornendo una prova documentaria alla ricostruzione topografica.

Ancora più suggestiva è l’analisi del tessuto urbano attorno alla zona detta “a su Casteddhru” – sopra il Castello -, dove un atto legale del 1558 attesta l’esistenza di un “castrum” precedentemente al palazzo ducale dei d’Aquino. Qui, secondo l’autore, si concentravano sia la fortificazione signorile che il nucleo abitativo originario, quello che i documenti medievali chiamano significativamente “Terra”.

La pietra e la parola

Una delle intuizioni più brillanti del lavoro riguarda l’uso della toponomastica come fonte storica. Il toponimo “Canale Cupo” – oggi via Sesia – suggerisce l’esistenza di un fossato medievale, mentre la denominazione “via Fosso” per un tratto dell’attuale via Vittorio Emanuele II confermerebbe la presenza di elementi difensivi lungo il perimetro del centro storico. Come sottolinea Cavallo, questi nomi non sono casuali, ma conservano la memoria di strutture scomparse.

L’analisi si estende anche ai resti murari ancora visibili, come il lungo tratto sinuoso dietro l’ex chiesa di San Nicola, costruito a secco con la caratteristica tecnica salentina. Qui l’indagine archeologica urbana rivela cavità carsiche adattate a grotte artificiali, probabilmente utilizzate come stalle e magazzini, confermando la destinazione “di servizio” dell’area esterna alle mura.

Un puzzle da ricomporre

Il lavoro di Cavallo dimostra come la storia urbana medievale possa essere ricostruita anche in assenza di fonti esplicite o resti monumentali evidenti. Il caso di Casarano illustra perfettamente come molti borghi “minori” abbiano sviluppato sistemi difensivi proporzionati alle loro dimensioni e risorse, ma non per questo meno significativi dal punto di vista storico.

La metodologia proposta – che intreccia “topografia storica, archeologia urbana e linguaggio della pietra” – offre un modello applicabile ad altri contesti salentini, dove la ricerca storica locale può ancora riservare sorprese. Il riferimento al medievalista Pierre Toubert e alla sua distinzione tra “Terra” (borgo murato) e “Casale” (insediamento aperto) inserisce la ricerca in un quadro interpretativo più ampio, quello degli studi sull’incastellamento medievale.

Oltre l’erudizione locale

Ciò che rende prezioso questo contributo non è solo il recupero di dati storici inediti su Casarano, ma la dimostrazione di come ogni borgo conservi, nel suo DNA urbano, tracce della propria evoluzione storica. Le mura scomparse di Casarano diventano così metafora di una storia minore che attende di essere riscritta, non attraverso grandi narrazioni, ma attraverso la paziente decifrazione di indizi quotidiani.

Il lavoro di Fabio Cavallo si inserisce nella migliore tradizione della storiografia locale salentina. In un’epoca in cui la globalizzazione rischia di omologare i paesaggi urbani, ricerche come questa assumono il valore di atti di resistenza culturale, restituendo identità e memoria ai luoghi.

L’auspicio dell’autore per future indagini archeologiche approfondite non è solo il pio desiderio di uno studioso, ma l’invito a una comunità a riappropriarsi della propria storia. Perché, come dimostra questo studio, anche le pietre continuano a parlare, per chi sa ascoltare.

Foto di Fabio Cavallo