di Simone Andrani
È in borghi suggestivi del Salento, come ad esempio Matino, tra vicoli che profumano di storia e piazze intrise di vita che, di recente, uno dei più grandi autori della musica italiana, vale a dire Mogol (pseudonimo di Giulio Rapetti), ha deciso di incontrare il suo pubblico. Non semplici appuntamenti, ma veri e propri dialoghi d’anima, in cui racconti e melodie si sono intrecciati al fascino senza tempo della Puglia. Un legame, quello con questa terra e con la sua gente, che nasce da un affetto autentico e da ricordi personali che hanno reso questo angolo d’Italia non solo uno scenario ideale per condividere la propria arte, ma una seconda casa del cuore. Ed è proprio qui, tra le mura antiche e il calore della comunità, che la sua voce ha saputo richiamare uno dei valori a lui più cari: la costanza, intesa come resilienza e capacità di rialzarsi, trasformando ogni difficoltà in una nuova occasione per rinascere e per ritrovare, nella musica e nella vita, un “anelito d’amore” capace di sorreggerci sempre.
Ma andiamo a conoscere più nel profondo questa leggenda del cantautorato italiano…
A cosa si deve questo suo affetto per la Puglia e per i pugliesi?
«Beh, il mio speciale rapporto con la Puglia è da attribuire al fatto di aver trascorso diverse estati in una casa non molto lontana da Santa Maria di Leuca e che i pugliesi, con la loro gentilezza ed ospitalità, non hanno mai smesso di farmi sentire parte di loro».
Qual è stato il fattore che l’ha portata a salire su quella “motocicletta tutta cromata” capace di farla entrare nel circuito dei grandi autori e dei monumenti della musica italiana?
«Se dovessi definirla una scelta dettata dal cuore, mentirei, poiché, ad avvicinarmi alla musica, è stato perlopiù il bisogno di riuscire ad arrivare alla fine del mese. Difatti, siccome il mio umile stipendio da pubblicitario della Ricordi Radio Record si aggirava sulle 40.000 lire al mese e non mi offriva le giuste garanzie, cominciai a dedicarmi alla riedizione dei testi di canzoni straniere in lingua italiana, approfittando del fatto che, all’epoca, gli editori non contemplassero minimamente il diritto d’autore e che riconoscessero un lauto compenso in proporzione ai lavori realizzati. A conclusione di quel faticoso periodo fatto di sacrifici e rinunce, decisi di avventurarmi tenacemente nella stesura dei testi delle canzoni e nella loro messa in musica».
Fare musica ha significato e significa per lei…?
«Per me, fare musica ha significato e significa tuttora ascoltare, raccontare il mondo circostante ed immedesimarsi nell’altro. Dare vita al testo di una canzone e musicarlo implica la ferma volontà di rievocare ricordi ed emozioni e, per far sì che questo possa avvenire, occorre considerare una canzone e le sue parole come un plettro capace di accarezzare le corde del cuore, della mente e dell’anima e di creare un unico suono in grado di fare costantemente presente che a renderci umani non sono altro che il provare empatia e la capacità di emozionare ed emozionarsi; ahimè, capacità che stiamo perdendo. L’idea di musica intesa come strumento in grado di toccare gli esseri umani nel profondo ha poi preso forma anche in virtù d’iniziative come, ad esempio, la fondazione della “Nazionale italiana cantanti” che, dal 1981, promuove e sostiene progetti di solidarietà, opere ed interventi per la protezione e la tutela dei più deboli e bisognosi».
“In un mondo che prigioniero è”, come si può comporre il proprio “canto libero”?
«In un mondo che è prigioniero dell’omologazione e del becero individualismo, per comporre il proprio “canto libero”, bisogna avere la ferma volontà di guidare anche a fari spenti nella notte verso ciò che ci rende felici…, “volando sulle accuse della gente e restando ai suoi retaggi indifferente”, poiché solamente vivendo in armonia con se stessi è possibile fare qualcosa con e per l’altro. Difatti, nel 1972, scrissi “Il mio canto libero” come atto di ribellione nei confronti di coloro che mi denigravano a causa della decisione di frequentare un’altra donna subito dopo aver posto fine ad un matrimonio che, per me e la mia moglie di allora, non aveva più senso far andare avanti».
Ecco concludersi così una conversazione che sin dalle prime battute ha fatto della costanza il proprio caposaldo. Infatti, in ogni frase pronunciata da Mogol traspare la ferma intenzione di far entrare ognuno di noi nell’ottica che, per consacrarsi spiritualmente e materialmente, oltre a perseverare nella ricerca di ciò che ci permette di stare bene con noi stessi e con gli altri, sia necessario farsi sorreggere dall’amore per la vita, così da avere sempre la forza di rialzarsi dopo ogni caduta.
Ogni singolo frammento di quanto dichiarato da colui che si potrebbe considerare uno dei padri della musica italiana sembra voler esortare ogni singolo individuo a trasformarsi in uno di quei fulmini che ogni giorno, in Venezuela, dopo il tramonto, a causa del continuo scontro tra le correnti calde provenienti dai Caraibi e le correnti fredde provenienti dalle Ande, squarciano ininterrottamente il cielo che sovrasta quel lembo di terra in cui s’incontrano il fiume Catatumbo ed il lago Maracaibo. Per cogliere la vera essenza del messaggio di colui che è conosciuto da tutti per essere stato l’autore di Lucio Battisti, Adriano Celentano e di tanti altri mostri sacri della musica italiana, bisogna considerare i flussi d’aria che danno origine al fenomeno temporalesco venezuelano come metafore delle prove che, incessantemente, siamo chiamati a sostenere e superare in ogni singolo istante della nostra esistenza.
“Non credo ci siano sommità tali da non poter essere scalate da un uomo che conosce il segreto per realizzare i sogni. È possibile custodire un così speciale segreto solo se si decide di vivere con curiosità, coraggio e costanza. Quando credi in qualcosa, credici fino in fondo. In modo coinvolgente ed indiscutibile.” (Walt Disney)
Simone Andrani
