dalla Redazione
Lo scrittore Gabriele Marra lancia un appello accorato in un post che ha il sapore di una lettera aperta alla città di Casarano. Un testo che parte dall’osservazione apparentemente banale di giovani atleti del Casarano Calcio che, terminati gli allenamenti, si trasformano in “zombie malinconici” che vagano nel grigiore urbano.
Il paradosso dei calciatori senza città
“Hanno il loro luogo di ritrovo per la cena, per carità. Ma poi?”, si chiede Marra. I pomeriggi sono lunghi, i social e la playstation non bastano, e la città non offre alternative. Una metamorfosi kafkiana che trasforma atleti dinamici in erranti senza meta, specchio di un problema più ampio che riguarda centinaia di giovani casaranesi.
Il fenomeno non è nuovo, è consolidato da anni. Ma forse è arrivato il momento di guardarlo davvero, di non voltarsi dall’altra parte.
Tre proposte concrete per rianimare Casarano
L’appello di Marra si rivolge a tre destinatari specifici, con richieste altrettanto precise:
Al Comune e agli amministratori: far vivere il mercato coperto quotidianamente, trasformandolo in uno spazio di cultura condivisa. Spettacoli, concerti, esibizioni libere, senza polemiche politiche, coinvolgendo minoranze e associazioni. “Reggendo tutti insieme l’unico vessillo che conta: la condivisione delle proprie capacità”, scrive Marra, aggiungendo con ironia: “senza definirla cultura, altrimenti qualcuno se ne risente”.
Alla famiglia Filograna: restituire vita al teatro cittadino, quel luogo dove “la recitazione vale più della vita stessa, perché ci fa vestire dei panni che non sono i nostri, facendoci conoscere l’un l’altro”.
Alla famiglia Vantaggiato: il coraggio di destinare una sezione del centro commerciale a un cinema, “quel cinema che mille comuni più piccoli del nostro hanno da sempre e che noi abbiamo perduto da troppo tempo”. Un investimento che secondo Marra si tradurrebbe in “fama e gratitudine imperitura”.
Quando il calcio diventa metafora della vita
“Che niente c’entra col calcio; o forse addirittura ne è l’essenza più profonda”, conclude lo scrittore. Perché parlare di spazi culturali, di aggregazione, di futuro per i giovani significa in realtà parlare della vita di una comunità intera.
Marra si definisce privo del “dono di capire di calcio”, eppure riesce a vedere ciò che altri non vedono: che dietro una squadra di calcio c’è una città, e dietro i calciatori erranti ci sono centinaia di ragazzi che meritano qualcosa di più di “locali famelici di denaro e cantieri infiniti”.
Un appello che si definisce “sconclusionato e probabilmente inutile”, ma che in realtà pone domande essenziali: se davvero teniamo al futuro dei nostri figli, se vogliamo che nuovi talenti scelgano di venire nelle nostre comunità, dobbiamo ripensare gli spazi urbani e culturali.
“A parlare di calcio in fondo siamo in tanti. A chiedere un futuro migliore un po’ di meno”, chiosa Marra. Forse è arrivato il momento di essere in tanti anche nel secondo gruppo.
