dalla Redazione
L’Associazione Placemaking Casarano interviene con una riflessione articolata sui recenti interventi di riqualificazione di Piazza Umberto I e Piazza San Domenico, finanziati con fondi PNRR per complessivi tre milioni e mezzo di euro. Nel documento, firmato dalla presidente arch. Loredana Manco, l’associazione solleva questioni cruciali sul metodo progettuale adottato, sull’assenza di partecipazione cittadina e sulla qualità degli esiti urbanistici. Una critica che non vuole essere politica, ma tecnica e civica: un richiamo alla responsabilità nell’uso delle risorse pubbliche e alla necessità di costruire spazi urbani attraverso il dialogo con chi li vive quotidianamente.
Riportiamo integralmente l’intervento dell’associazione Placemaking Casarano, al quale abbiamo aggiunto, per facilità di lettura, i grassetti e i titoli delle varie sezioni.
Coprogettazione e partecipazione: il fondamento dello spazio pubblico
La qualità di uno spazio pubblico non nasce dal caso, né dalla fretta, né da decisioni prese in stanze chiuse. Nasce dalla coprogettazione, dal confronto reale con chi quei luoghi li vive ogni giorno. Le città non si progettano dall’alto, si costruiscono insieme. Le piazze, soprattutto, non sono superfici da pavimentare ma organismi sociali, storici e culturali che richiedono ascolto, confronto e partecipazione autentica. Quando la cittadinanza viene esclusa, il risultato è sempre lo stesso: spazi pubblici che non funzionano, che non parlano alla comunità e che non rispondono ai bisogni reali.
I bandi non richiedono partecipazione di facciata, ma processi partecipativi veri, strutturati, documentati, trasparenti, come richiesto dal Codice dei Contratti Pubblici, dalle Linee Guida ANAC, dal principio di trasparenza amministrativa, dalle normative europee sulla governance partecipata, dagli indirizzi del PNRR e dalle buone pratiche internazionali di progettazione urbana.
La qualità delle scelte pubbliche determina la qualità della vita delle comunità. E la qualità non nasce mai dall’improvvisazione, né dalla politica autoreferenziale, né da processi partecipativi finti. È una dichiarazione di responsabilità civica. È una presa di posizione etica. È un invito a guardare oltre il proprio tornaconto personale.
E quando si interviene su una piazza — soprattutto se storica o centrale — non si sta semplicemente cambiando una pavimentazione: si sta toccando il cuore simbolico di una città.
Il significato degli allineamenti urbani
Gli allineamenti non sono estetica, sono orientamento perché aiutano le persone a leggere lo spazio, sono gerarchia perché indicano cosa è importante e cosa no, sono memoria perché rispettano la logica con cui il luogo è nato, sono relazione perché mettono in dialogo gli edifici pubblici.
Il PNRR: opportunità o debito per le future generazioni?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una corsa frenetica ai finanziamenti europei, ministeriali e regionali, in particolare ai fondi del PNRR, nati per modernizzare il Paese, migliorare la qualità della vita e rendere le città più resilienti, sostenibili e inclusive. Ma c’è un punto che nessuno sembra voler ricordare: questi soldi non sono regali, sono debiti pubblici che ricadranno sulle generazioni future. E chi pagherà quei debiti se continuiamo a perdere giovani, competenze, energie?
Tre milioni e mezzo di euro: investimento o spreco?
La riqualificazione delle nostre piazze dimostra quanto sia facile sprecare un’opportunità quando manca una cultura del progetto. Due interventi distinti — Piazza Umberto I e Piazza San Domenico — per un totale di tre milioni e mezzo di euro, investiti non in una vera rigenerazione urbana, ma in una semplice ristrutturazione estetica. Due piazze centrali rifatte senza creare nuove funzioni, senza attivare processi sociali, senza generare opportunità economiche, senza migliorare la qualità della vita.
E mentre si concentrano risorse così ingenti su due piazze centrali, il resto della città convive con spazi pubblici degradati, abbandonati, sottoutilizzati, che con una programmazione più intelligente avrebbero potuto diventare motori di sviluppo, luoghi di aggregazione, incubatori di attività, occasioni di crescita.
Con una visione più ampia, quei fondi avrebbero potuto avviare un percorso di economia circolare urbana, come previsto dai modelli di smart city: recupero di aree dismesse, riuso di spazi vuoti, attivazione di servizi innovativi, creazione di nuove centralità diffuse. Si sarebbe potuto generare valore, non solo rifare pavimentazioni. Si sarebbe potuto costruire futuro, non solo sostituire materiali.
Piazza Umberto I: una fontana scenografica
Fontane come anche quella di Piazza Umberto I, che si affaccia sulla strada, restano elementi puramente scenografici, incapaci di creare relazioni tra le persone e con l’elemento naturale.
Piazza San Domenico: un insieme di elementi senza logica urbana
La nuova Piazza San Domenico appare come un insieme di elementi posati senza una logica urbana. Il centro dell’edificio scolastico, il centro della fontana e l’ingresso del municipio non sono allineati, non costruiscono un asse civico, non raccontano nulla della storia del luogo. Eppure, con la nuova fontana finalmente libera dai vincoli della vecchia aiuola, sarebbe stato possibile correggere l’errore storico e restituire ordine allo spazio. Non farlo significa una sola cosa: assenza totale di visione.
Lo stesso vale per i pali della luce, posizionati senza alcuna relazione con gli assi principali, con la fontana o con gli edifici pubblici. In una piazza ben progettata questi elementi definiscono ritmo, percorsi, gerarchie. Qui sembrano messi “a sentimento”, come se il disegno complessivo non fosse mai esistito.
La fontana: un oggetto ibrido senza identità
La fontana è il simbolo più evidente della debolezza progettuale: un oggetto ibrido, né a raso né con vasca, privo di una chiara identità formale e funzionale. Una fontana dovrebbe essere un luogo di relazione, di sosta, di incontro. Così com’è, è solo una scenografia, un elemento che non costruisce centralità e non contribuisce alla qualità dello spazio pubblico.
A questo si aggiunge la qualità esecutiva: i triangolini di basolo tagliati per far tornare la cornice sono un errore che non si dovrebbe vedere nemmeno in un ripostiglio domestico, figuriamoci in uno spazio pubblico rifatto con fondi europei. È un dettaglio che evidenzia una mancanza di attenzione e di cura nella realizzazione dell’opera.
L’assenza di verde: un errore contro la sostenibilità
A tutto questo si aggiunge un altro elemento che non può essere ignorato: la totale assenza di verde vero. In un’epoca in cui le città di tutto il mondo stanno aumentando alberature, ombra, superfici permeabili e infrastrutture verdi per contrastare il caldo, migliorare la qualità dell’aria e rendere gli spazi pubblici vivibili, qui si è scelto di fare l’esatto contrario.
Ci sono solo due alberelli sfrondati, incapaci di offrire ombra, comfort, mitigazione climatica o qualità ambientale. Due presenze simboliche, quasi decorative, che non rispondono minimamente alle esigenze di una piazza contemporanea. Una scelta che va contro ogni linea guida moderna, contro le indicazioni europee, contro i principi stessi del PNRR che parlano di sostenibilità, resilienza climatica ed economia circolare. Una piazza senza verde oggi non è solo un’occasione persa: è un errore progettuale grave.
Il bar storico: dal luogo identitario al parallelepipedo anonimo
A completare il quadro, la demolizione del bar storico e la ricostruzione di un edificio a parallelepipedo con finestrelle da bagno rappresentano un ulteriore strappo all’identità del luogo. Un volume anonimo, privo di relazione con il contesto, che sostituisce un’attività che aveva un ruolo sociale e urbano. Un parallelepipedo che potrebbe trovarsi ovunque, perché non parla né la lingua della piazza né quella della città.
La viabilità: da Piazza San Domenico a Piazza dell’Edificio Scolastico
A tutto questo si aggiunge la questione della viabilità, resa nota solo il 5 dicembre scorso e sconosciuta perfino alla Soprintendenza. La nuova soluzione della viabilità finisce per dare maggiore centralità all’edificio scolastico, riducendo il ruolo del convento e della chiesa, che storicamente hanno definito l’identità del luogo, e introduce aiuole e paletti per delimitare le parti carrabili da quelle pedonali, creando barriere fisiche che modificano ulteriormente la percezione dello spazio e che non sono mai state discusse con la cittadinanza.
Con questa scelta, possiamo dirlo senza esagerare: questa non è più Piazza San Domenico. È diventata, di fatto, Piazza dell’Edificio Scolastico.
Quando un intervento arriva a modificare persino il senso simbolico di un luogo, significa che qualcosa è andato storto. Una piazza non cambia nome per caso: cambia nome quando cambia anima.
Progetto realizzato vs progetto esposto
L’architettura della pavimentazione risulta così slegata dalle funzioni illustrate nell’incontro pubblico, e mostra una evidente mancanza di studio dei particolari di dettaglio. Il casottino parla già da solo, e la fontana parlerà ancora di più quando sarà messa in funzione.
Non solo non c’è mai stato un confronto reale con i cittadini, ma il progetto realizzato è anche diverso dal render esposto sul cartello di cantiere. E non si può giustificare questa esclusione con le tempistiche del bando: per questa piazza esisteva già un concorso di idee realizzato nel primo decennio degli anni 2000, al quale furono presentati diversi progetti. Un patrimonio di visioni, competenze e proposte completamente ignorato, come se non fosse mai esistito.
E non si può sostenere che i tempi ristretti giustifichino questa esclusione: in molte città, anche con scadenze serrate, sono stati realizzati progetti complessi riuscendo comunque a mantenere un rapporto costante e diretto con i cittadini.
Da luogo di incontro a luogo di scontro
Ed è qui che emerge un dato fondamentale: una piazza che doveva diventare luogo di incontro sta diventando luogo di scontro. Non perché qualcuno voglia creare divisioni, ma perché tanti cittadini non apprezzano il risultato. Lo dicono, lo vivono, lo percepiscono.
E non è una contrapposizione politica. Non può esserlo. Non è politica chiedere qualità, trasparenza, ascolto. Non è politica difendere l’identità di un luogo. Non è politica pretendere che i fondi pubblici vengano spesi con responsabilità.
È semplicemente ciò che ogni cittadino dovrebbe fare: prendersi cura della propria città. È ciò che ogni Amministrazione comunale dovrebbe garantire: rispetto per il contesto, per la storia, per le persone.
Quando una piazza non funziona, non è un problema di schieramenti: è un problema di metodo, di visione, di responsabilità pubblica.
Le critiche sono atti di cittadinanza
Le critiche non sono un attacco politico, ma un atto di cittadinanza. Un gesto di amore verso il proprio territorio.
Non chiediamo perfezione, chiediamo metodo. Non chiediamo opere monumentali, chiediamo ascolto. Non chiediamo di fermare i progetti, chiediamo che siano condivisi, spiegati, discussi.
Una piazza è un bene comune: appartiene a tutti, non a chi la progetta né a chi la amministra. E quando una comunità viene esclusa, il risultato non può che essere un luogo che non la rappresenta.
L’impegno dell’Associazione
Come Associazione Placemaking Casarano continueremo a promuovere una cultura del progetto fondata sulla partecipazione, sulla trasparenza e sulla qualità urbana. Perché una città cresce solo quando cresce il dialogo tra chi la vive e chi la trasforma.
Il Presidente
Arch. Loredana Manco
