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L'”economia distorta” e la crisi dei call-center. Ci scrive Francesco Barone

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Francesco Barone, che ringraziamo per fornire utili spunti di riflessione.


Gent. Direttore,

preoccupato ed attento ai problemi della gente di cui mi sento parte attiva, le porgo le seguenti considerazioni e riflessioni.

L’ “economia distorta” e la crisi dei call-center

Papa Leone XIV l’ha definita “un’economia distorta”, in precedenza S. Giovanni Paolo II aveva parlato di “economismo materialistico” (Laborem exercens), qualcun altro ha fatto uso in passato, a volte in modo improprio, del termine “capitalismo”.

Non si devono meravigliare coloro che, nell’ambito delle organizzazioni sindacali, delle forze politiche e delle istituzioni, oggi si trovano impegnati a dipanare il nodo di una crisi che colpisce centinaia di famiglie del nostro territorio. Qualcuno ha forse dimenticato la crisi che ha colpito più di un decennio fa il cosiddetto “TAC” (Tessile-Abbigliamento-Calzature), o quella che riguarda tutt’ora il piccolo commercio al dettaglio, in cui non vi è di mezzo solo la grande distribuzione tradizionale, o la progressiva riduzione delle agenzie bancarie, o quella che tocca trasversalmente vari settori del settore pubblico e privato a danno particolarmente del lavoro impiegatizio.

Si tratta di un fenomeno iniziato almeno due secoli e mezzo fa; proprio così, nessuno si meravigli! Lo sviluppo della tecnologia, da quella meccanica a quella elettronica, per giungere infine a quella informatica di ultima generazione, non ha fatto altro che modificare il rapporto di produzione capitale-lavoro sempre più a favore del primo. Ciò significa semplicemente che questo modello di “economia” tende sempre più a concentrare le decisioni ed anche il valore prodotto nelle mani di coloro che detengono il potere economico, finanziario e politico. Questo ci porta dritti-dritti alla desertificazione del lavoro umano, lasciando spazio solo a certe prestazioni dirette alla persona (nei servizi sanitari, dell’assistenza, della cura del corpo, dei lavori domestici, ecc.), a certe attività creative di tipo artigianale, artistico, ludico, sportivo, scientifico; a mansioni di tipo imprenditoriale, amministrativo, dirigenziale, a realtà marginali del settore primario (agricoltura, pesca, allevamento).

Non è certamente questa la sede per sviluppare un’analisi dettagliata e circostanziata dello sviluppo di questo modello economico.

Riguardo alla questione dei call-center, che riguardino ENEL o altri committenti, la spiegazione appare ovvia: molti di questi colossi aziendali, in settori diversi dell’industria, del commercio, dei servizi fanno sempre più ricorso all’uso di voci che simulano quella umana con l’impiego dell’intelligenza artificiale.

Pur apprezzando nell’immediato lo sforzo delle forze in campo, volto ad arginare gli “espedienti dissuasivi” del lavoro messi in atto da queste aziende, vedo solo in un intervento legislativo del Parlamento o regolamentare del Governo, la possibilità di una soluzione che abbia efficacia duratura nel medio e nel lungo periodo. Trattandosi in molti casi di servizi pubblici soggetti ad una convenzione o capitolato di concessione del servizio medesimo è nei termini di questi che va individuata la soluzione del problema; ad esempio vietando l’uso di voci artificiali o dichiarandone in partenza l’utilizzo così da lasciare al destinatario la scelta di continuare o rifiutare l’innaturale conversazione. Questo genere di commistione comunicativa è abominevole oltre che antidemocratica al pari di coloro che ne fanno un uso strumentale.

Un sincero ed accorato augurio a tutti i lavoratori in pericolo di licenziamento (o trasferimento)!

Francesco Barone