dalla Redazione
C’è un filo che tiene insieme tutto il lavoro di Diario Civico. Non è un filo teorico, né accademico. È un filo civico, nel senso più preciso del termine: nasce dall’amore per una città e dalla volontà di capirla, raccontarla e immaginarne il futuro con rigore e onestà.
Questo filo ha una voce. Si chiama Loredana Manco, promotrice di Diario Civico e figura che da mesi guida questo percorso di osservazione dello spazio pubblico di Casarano con una rara combinazione di competenza urbanistica e cura per la comunità. Il suo metodo non parte dai monumenti, non parte dalle centralità consolidate, non parte da ciò che è già visibile e celebrato. Parte dai vuoti, dai margini, dagli spazi di transizione. Parte da ciò che manca, per capire ciò che può essere.
Con questo sesto intervento, quel metodo raggiunge forse il suo punto più profondo: la lettura di Casarano come città policentrica, nata dall’incontro di tre nuclei storici distinti, e la domanda su cosa sia rimasto di quel sistema e cosa si possa recuperare.
Tre centri, una sola città
Come già sottolineato nei precedenti interventi, Casarano non ha un’origine unica: ha tre origini, tre nuclei, tre identità che nel tempo hanno convissuto, dialogato e costruito insieme la forma di questa città.
Il primo è Casaranello: nucleo tardoantico e paleocristiano, con la sua chiesa tra le più antiche del Mezzogiorno e il lazzaretto collocato in posizione strategica, come margine protetto e porta di accesso dalla campagna. Un luogo che svolgeva un ruolo insieme religioso e sanitario, custode del confine tra la città e il territorio circostante.
Il secondo è il centro dei palazzi nobiliari: cuore civile, amministrativo e residenziale tra Settecento e Novecento, il nucleo che ha organizzato la vita pubblica della città moderna, i suoi commerci, le sue istituzioni, la sua rappresentanza.
Il terzo è la collina della Madonna della Campana: polo devozionale e territoriale, punto di riferimento visivo e simbolico, luogo di feste, pellegrinaggi e riti stagionali che per secoli hanno rafforzato la coesione della comunità.
Questi tre centri non erano episodi isolati. Erano connessi da percorsi fisici, da funzioni complementari, da ritualità condivise. Formavano un sistema: non una somma di parti, ma un organismo urbano articolato, capace di rispondere a bisogni diversi senza rinunciare alla propria unità.
Cosa si è perso nel tempo
Questo sistema si è progressivamente dissolto. La modernizzazione agricola ha cancellato i tratturi che collegavano Casaranello agli altri nuclei, interrompendo continuità fisiche che duravano da secoli. Il lazzaretto ha perso funzione e riconoscibilità, assorbito nel tessuto urbano senza più un ruolo autonomo. La centralizzazione della vita civile nel nucleo nobiliare ha indebolito la logica policentrica originaria, consacrando un centro a scapito degli altri due.
L’urbanizzazione del Novecento ha riempito gli spazi tra i tre poli senza rispettarne le soglie, gli allineamenti, le relazioni visive. E con la perdita delle ritualità collettive — le feste, i pellegrinaggi, i percorsi comunitari — si è dissolto anche il legame simbolico che teneva insieme i tre centri. Ciò che era un sistema è diventato una somma di luoghi scollegati. Ciò che era una struttura è diventato un insieme di frammenti.
I vuoti come infrastruttura
Il metodo di Diario Civico nasce proprio dalla necessità di superare questa frammentazione. E nasce da una scelta precisa, che Loredana Manco ha perseguito con coerenza fin dal primo intervento: partire dai vuoti, non dai pieni.
Gli spazi interstiziali, i margini, le corti, gli slarghi, le aree non edificate, i tratturi scomparsi: tutto ciò che appare come assenza è in realtà una trama. Una trama invisibile, ma strutturale. Sono ciò che resta delle antiche connessioni tra i tre centri storici. Sono ciò che può riorientare la città contemporanea, se si ha la capacità di leggerli prima di costruirci sopra.
I vuoti collegano ciò che i pieni separano. Permettono di ricostruire continuità pedonali, percorsi culturali, linee di relazione paesaggistica, micro-spazi pubblici capaci di restituire coesione a un tessuto urbano oggi frammentato. Non sono da riempire: sono da attivare.
Questo è il cambio di paradigma al cuore del metodo: non si parte da ciò che è già riconosciuto come valore, ma da ciò che può ricucire, connettere, orientare. Soprattutto dopo il Covid, che ha reso visibile quanto la qualità della vita urbana dipenda dalla possibilità di muoversi, incontrarsi, sostare e riconoscere i luoghi come propri.
Tre centri, tre ruoli, un futuro
Recuperare la lettura dei tre centri storici non è un esercizio di nostalgia. È una strategia. È riconoscere una struttura che esiste già — seppur indebolita — e che potrebbe riorientare la città in modo coerente con la sua storia e con le sue potenzialità reali.
Casaranello può diventare un polo culturale e archeologico di rilievo regionale: la chiesa paleocristiana, la cimitero medievale, il lazzaretto, il paesaggio della campagna circostante formano già un sistema di grande valore. Manca solo il progetto che li colleghi e li renda accessibili, narrati, fruibili.
Il centro nobiliare può consolidarsi come cuore civico e commerciale, senza pretendere di essere l’unica identità della città, ma accettando il proprio ruolo in un sistema più ampio.
La collina della Madonna della Campana può diventare un luogo paesaggistico e turistico, un punto panoramico e devozionale che riconnette la città al suo territorio, restituendo centralità a un polo oggi ai margini della percezione urbana.
Tre ruoli distinti, tre vocazioni complementari, un sistema che trova nell’arteria urbana — di cui si è parlato nel quinto intervento — la struttura fisica che può tenerli insieme.
Leggere, ricucire, riorientare
Recuperare la lettura dei tre centri storici significa restituire a Casarano una struttura, una narrazione e una strategia. Significa riconoscere che la complessità della sua storia urbana non è un peso da semplificare, ma una risorsa da valorizzare. Significa costruire appartenenze: dare alle persone non un solo centro da riconoscere come proprio, ma un sistema di luoghi in cui riconoscersi.
È un’operazione che unisce memoria e progetto, identità e futuro. E che trova nei vuoti, nelle connessioni e nelle continuità la sua infrastruttura principale.
Loredana Manco lo ha detto fin dall’inizio, con parole che si sono rivelate un programma: leggere, ricucire, riorientare.
È il cuore del metodo. Ed è, forse, il contributo più duraturo che Diario Civico può offrire a questa città.

