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Diario Civico / 8 – La collina che aspetta: paesaggio, progetto e metodo a Casarano

Diario Civico / 8 - La collina della Madonna della Campana torna al centro del dibattito pubblico. Non per un nuovo intervento, ma per l'assenza di uno sguardo unitario su un luogo che la città non ha ancora imparato a trattare come merita.

dalla Redazione

C’è un posto, a Casarano, da cui si vede il mare. Lo sapeva già Giacomo Arditi nell’Ottocento, quando dall’alto della collina della Madonna della Campana descriveva “un’ampia ondulata campagna… e in fondo in fondo il mare”. Lo sa chiunque ci sia salito almeno una volta, magari durante la processione, magari da bambino, magari per caso. Eppure questo luogo — riconosciuto dal Decreto Ministeriale del 1985 come elemento paesaggistico unico nelle Serre Salentine — continua ad aspettare. Aspetta un progetto vero, un metodo serio, una visione condivisa.

L’ottavo intervento di Diario Civico si ferma qui, su questa collina, e prova a raccontare non solo cosa è stato fatto e cosa manca, ma soprattutto come si è arrivati a questo punto.

Un luogo che tiene insieme tutto

La collina non è soltanto un belvedere. È uno dei tre centri storici di Casarano — insieme al nucleo dei palazzi nobiliari e a Casaranello — e forse il più originale dei tre: non si misura in metri quadrati di pietra, ma in metri di orizzonte. La chiesa, ricostruita nel 1639, i rituali della Campaneddha, la processione, il giardino dell’oblato: sono strati di memoria collettiva che hanno trasformato nel tempo una sommità geografica in uno spazio di appartenenza.

È un luogo aperto, storicamente accessibile, riconosciuto come bene comune prima ancora che come bene culturale. Ed è proprio questa apertura originaria che rende ancora più evidente il paradosso attuale: negli anni, una serie di interventi puntuali — il restauro della chiesa, l’illuminazione della via Crucis, la recinzione del giardino, la messa in sicurezza del percorso panoramico — ha finito per chiudere, frammentare, rendere meno leggibile ciò che avrebbe dovuto essere ricucito e valorizzato.

La frammentazione del metodo

Il problema non è tecnico. È di visione. Ogni intervento è stato pensato per sé, senza un disegno complessivo, senza una strategia, senza un processo. Il risultato è una collina che funziona a pezzi, che non parla una lingua unitaria, che ha perso — almeno in parte — quella capacità di orientare lo sguardo e la percezione del territorio che la rendeva unica.

Eppure un’alternativa era stata indicata. Già nel 2016 era stata proposta all’amministrazione l’attivazione di un percorso partecipativo strutturato, capace di coinvolgere cittadini, scuole e professionisti prima ancora che arrivassero i bandi. Un modello simile a quello sperimentato nel progetto “Mosaico di San Severo”, dove la partecipazione non era un evento ma un percorso nel tempo. Allo stesso tempo era stata segnalata la necessità di attivare i decreti di vincolo sui beni culturali locali — condizione che si sarebbe rivelata essenziale per accedere al finanziamento del 2022 dedicato ai parchi e giardini storici. Nessuna delle due indicazioni fu accolta.

L’incontro del 2023 e la partecipazione come rappresentazione

Il momento più emblematico di questa storia è l’incontro pubblico del 2023, presentato come partecipativo. In realtà, si è trattato di un episodio isolato: tempi ridottissimi per i cittadini, nessuna restituzione delle osservazioni raccolte, ruoli professionali confusi e sovrapposti, progetto presentato in modo parziale. La partecipazione, in quel contesto, non ha prodotto conoscenza né fiducia né decisioni condivise. Ha prodotto una rappresentazione.

La distinzione non è sottile. Un processo partecipativo vero richiede continuità, strumenti di ascolto, trasparenza, tempo. Quando mancano questi elementi, la partecipazione diventa una forma vuota — e una forma vuota, per quanto ben confezionata, non basta a governare un luogo complesso come la collina della Madonna della Campana.

Un progetto esiste, ma non è stato consegnato

C’è un dato concreto che non va sottovalutato: un progetto di riqualificazione esiste, è stato elaborato, è stato presentato pubblicamente. Eppure non è stato consegnato. Le ragioni sono molteplici — mancanza di dati tecnici, uso improprio degli elaborati, confusione dei ruoli — ma la più grave riguarda quanto accaduto parallelamente: il giardino della collina è stato affidato a un’associazione per opere di manutenzione straordinaria, senza la necessaria autorizzazione della Soprintendenza e senza che la professionista incaricata del progetto fosse informata o coinvolta.

Non si tratta di una questione personale. Si tratta di un segnale: quando le competenze non vengono riconosciute, quando la trasparenza cede il passo a comunicazioni premature, quando la responsabilità si dissolve in gesti episodici, il patrimonio collettivo ne paga il prezzo.

Cosa potrebbe diventare

La collina della Madonna della Campana ha un potenziale che va ben oltre i confini di Casarano. La sua posizione nelle Serre Salentine la rende un nodo naturale della cosiddetta “via mariana” — un itinerario che unisce i santuari in altura del territorio, dalla Madonna del Casale di Ugento alla Madonna dell’Alto di Alliste, fino alla Madonna della Serra di Ruffano. Integrarla in questa rete significherebbe trasformarla in un’infrastruttura culturale e spirituale capace di generare turismo lento, conoscenza del territorio, nuove forme di collaborazione tra comuni.

Ma prima, è necessario un salto di metodo. La collina merita un processo strutturato e documentato, in cui i cittadini siano realmente coinvolti, i professionisti rispettati, le istituzioni responsabili. Merita un parco periurbano contemporaneo — radicato nella storia, aperto alla città, attraversabile, vivo — non un contenitore da riempire occasionalmente.

La collina è ancora lì. Guarda lontano, come ha sempre fatto. Aspetta solo che qualcuno cominci a farlo insieme a lei.