dalla Redazione
Ogni città ha una logica. Un sistema di relazioni che ne ha determinato la forma, che ha orientato le strade, generato le piazze, posizionato le chiese, scavato i frantoi. Casarano questa logica ce l’ha — anzi, ce l’ha avuta per secoli, in modo straordinariamente coerente. Il problema è che oggi, guardando il centro storico, quella logica fatica a riconoscersi. E non per colpa del tempo, ma delle scelte.
Questo è il tema del nono intervento di Diario Civico: il centro dei palazzi nobiliari, la città come sistema di relazioni, e il racconto di ciò che si perde quando si interviene senza metodo.
Da dove nasce la città
Casarano nasce attorno al palazzo ducale dei D’Aquino, edificio del Quattrocento che rappresenta il primo nucleo di potere e di organizzazione urbana. Da quel centro si sviluppa Borgo Terra: non per piani astratti, ma per necessità condivise. Lavoro, protezione, scambio, devozione. Le strade, i vicoli, le corti sono la traccia fisica di una comunità interdipendente.
Tra il Cinquecento e il Novecento la città cresce per addizioni lente e stratificate: palazzi nobiliari, case a corte, residenze borghesi che si innestano sul tessuto originario senza mai cancellarlo. In questo periodo fioriscono anche i frantoi ipogei — infrastrutture produttive scavate nella roccia, dove si lavorava l’olio destinato ai mercati locali e internazionali. Sono luoghi che raccontano la dimensione economica profonda della città: lavoro, fatica, commercio, relazioni con il Mediterraneo.
A tenere insieme tutto ci sono le chiese. Non edifici isolati, ma poli simbolici e generatori di percorsi. La chiesa Madre, San Domenico con il suo convento, le chiesette votive, i luoghi di culto minori. E soprattutto Santa Maria della Croce a Casaranello, che esisteva molto prima della formazione del tessuto urbano moderno e ha orientato per secoli lo sviluppo della città. Il percorso che collegava Borgo Terra a Casaranello era parte della vita quotidiana e religiosa della comunità, e comprendeva anche quella che un tempo era chiamata via della Penitenza — un tracciato devozionale scandito da tappe simboliche che saliva verso la collina della Madonna della Campana, corrispondente all’attuale corso Mazzini e via Ruffano. Due poli antichi, due direzioni, un’unica struttura di relazioni.
Da questa rete nascono sette piazze. Non progettate a tavolino, ma formate dall’incontro naturale degli assi, dalle attività economiche, dai riti, dagli scambi. Le piazze non erano vuoti da riempire: erano nodi di relazione.
Le piazze che hanno perso la memoria
Piazza Umberto I era un nodo di attraversamento, la sede della fiera del bestiame, un luogo dove confluivano gli assi provenienti dagli altri paesi. La sua forma era la conseguenza diretta della sua funzione. Dopo la demolizione e ricostruzione che ne ha ignorato questa logica, la piazza ha perso identità. Esiste ancora fisicamente, ma non racconta più nulla.
Piazza Indipendenza, oggi segnata da aiuole, paletti e cubi di pietra disordinati, è forse il simbolo più visibile di questa crisi. Era una strada-piazza dove confluivano i produttori di olio diretti a Gallipoli, verso il banco dell’olio, da cui partivano le navi per le grandi città europee. Un luogo produttivo, dinamico, riconoscibile. Oggi è uno spazio confuso, privo di logica, che non racconta più la propria storia.
Piazza San Domenico, infine, ha subito una trasformazione silenziosa ma profonda. Gli ultimi interventi l’hanno di fatto convertita in piazza dell’edificio scolastico, spostando il baricentro funzionale. Un luogo che nasceva come spazio religioso e di relazione ha perso la propria autonomia urbana, assorbito dalla presenza scolastica senza che nessuno se ne assumesse la responsabilità progettuale.
I contenitori senza contenuto
Lo stesso schema si ripete negli edifici pubblici. Palazzo D’Elia, il Sedile, palazzo De Judicibus: restaurati uno per uno, tutti con la stessa modalità. Interventi edilizi isolati, privi di percorso partecipativo, privi di visione strategica, privi di un piano capace di integrare pubblico e privato. Il risultato sono contenitori senza contenuto, spazi restaurati nella forma ma non nella funzione.
Su palazzo De Donatis — attualmente in fase di ristrutturazione — la situazione è ancora più emblematica. Circola la voce informale che potrebbe diventare un “museo della farfalla”. Il fatto stesso che questa informazione giri come indiscrezione, senza alcuna comunicazione ufficiale, dice tutto. Se gli abitanti non conoscono le intenzioni in anticipo, non si genera indotto, non arrivano investimenti, non si attivano progettualità. Mancano poi risposte sulle gestioni: chi gestirà gli spazi? Con quali criteri? Con quali modelli economici? Senza chiarezza, nessuno può programmare, proporre, investire. L’incertezza gestionale è una delle principali cause della paralisi dell’indotto.
Analoghe considerazioni valgono per il mercato coperto, diviso tra negozi e un presunto centro culturale spoglio e privo di identità. Uno spazio che avrebbe potuto diventare un nodo vivo di relazioni è stato ridotto a un contenitore vuoto.
Il PIRU che non c’è
Il filo rosso di tutto questo ha un nome tecnico: PIRU, Piano Integrato di Rigenerazione Urbana. Lo strumento che avrebbe dovuto integrare pubblico e privato in un progetto strategico di sviluppo urbano. Non è mai stato redatto. La sua assenza non è un dettaglio burocratico: è la mancanza di un metodo, di una regia, di un processo capace di trasformare i singoli interventi in un sistema coerente.
A questo vuoto si aggiunge una mancanza strutturale che riguarda il futuro più diretto della città: gli spazi per i giovani. Senza luoghi dedicati allo studio, alla creatività, alla socialità, alla formazione, i ragazzi non trovano un ruolo nel tessuto urbano. E una città che non offre spazi ai giovani non trattiene energie, non genera comunità, non costruisce prospettive.
Cosa serve davvero
Secondo Diario Civico, Casarano non ha bisogno di altri restauri isolati o di altre piazze rifatte senza identità. Ha bisogno di ritrovare la propria struttura profonda: le piazze come nodi di relazione, le chiese come poli di percorso, i frantoi come memoria produttiva, i percorsi storici come infrastrutture narrative, i giovani come protagonisti del presente.
La città come sistema di relazioni non è una formula retorica. È una descrizione precisa di come Casarano è nata e di come potrebbe tornare a funzionare. Ma perché questo accada, serve un piano, una regia, una visione condivisa. Serve, prima di tutto, smettere di trattare ogni intervento come un fatto isolato.
Gli spazi senza funzione non raccontano nulla. Le città senza relazioni non generano futuro. Casarano ha tutto ciò che serve per cambiare rotta — manca solo la volontà di farlo con metodo.

