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Un padre, una lettera, un salto nel vuoto: il libro che racconta Giuseppe

Amore per i figli: autoanalisi e percorsi utili

Marzo 2014, Milano, ottavo piano. Giuseppe ha ventitré anni e da una vita si sente prigioniero di un corpo che non sente suo; la sua storia è anche quella di Noemi, il nome che avrebbe voluto portare. Quella notte apre la finestra e si lancia. Suo padre, giornalista da oltre quarant’anni, sceglierà di raccontarlo: prima nel 2016 con “Giuseppe”, pubblicato sotto lo pseudonimo El Grinta, poi, rivisto e riscritto, in “Mio figlio. L’amore che non ho fatto in tempo a dirgli” (CSA edizioni), firmato con lo pseudonimo Marco Termenana per proteggere la privacy della famiglia.

Il libro intreccia due solitudini che spesso si somigliano più di quanto si pensi: quella di chi non riconosce il proprio corpo e quella di chi si ritira dal mondo, l’hikikomori giapponese del “restare in disparte”. Da quando è uscito, nel giugno 2021, ha collezionato oltre settanta riconoscimenti letterari, è entrato nelle scuole con incontri tra l’autore e gli studenti, ed è stato opzionato per il cinema dalle società Zoorama e Rio Film, con la produzione ora al lavoro sul budget.

Ne parla il produttore Carlo Benso:

«Spiace molto riconoscerlo, ma la forza della storia non è nella scelta di Giuseppe – purtroppo sono numerose le persone, tanto più i ragazzi, che compiono questo gesto estremo – quanto in quella di un papà che non smette mai di farsi questa domanda: “che cosa avrei potuto fare io per potere salvare mio figlio?”. Quindi, senza vergogna, mette a nudo tutte le sue difficoltà, l’impotenza, la sofferenza. Scrive e racconta sì del figlio, ma è sempre in cerca di questa risposta. Ed intanto il dolore pazzesco non lo abbandona mai. Soffre, si arrovella, si interroga, analizza, racconta, riflette. Soprattutto questo: riflette ed è bello riflettere assieme a lui. È per questo che sono voluto intervenire con la mia casa di produzione ed è sempre per questo che concordo che sia una lettura avvincente, tantopiù nei periodi di relax, benché la trama è forte».

Anche il quotidiano trentino “Sentire” lo ha definito un libro capace di aiutare i genitori alle prese con «una montagna da scalare: il silenzio del proprio figlio».

Resta una domanda, quasi ovvia ma non scontata: è un libro solo per genitori? Lo abbiamo chiesto direttamente all’autore.

«Il libro, partendo dalla lettera che Giuseppe ha lasciato a mia moglie e a me, si sofferma sui momenti principali della sua breve vita e sul primo anno senza di lui. È soprattutto una cronaca ed un tentativo di analisi nel cercare di capire dove abbiamo sbagliato, se effettivamente abbiamo sbagliato, noi genitori con un figlio così difficile. Ripeto che ho scritto solo per ritrovare Giuseppe e non impazzire, ma, di fatto, la storia sta piacendo molto a tutti – già da qualche anno sta girando tanto per l’intera Italia – e credo che ciò giaccia nel fatto che comunque, di fatto, rappresento un esempio di resilienza alle avversità della vita con cui vale la pena confrontarsi, anche se non si hanno figli. Tra l’altro, fermo restante che, per me, il libro è per tutti, per le possibilità di immedesimazione che offre, va segnalato che viene molto apprezzato anche dai nonni, per i capitoli in cui si parla del rapporto tra Giuseppe e la nonna materna, teneramente narrato e che ben evidenzia l’importanza che essi hanno nell’ecosistema familiare.
Non sono un “crociato” ma solo un “testimone oculare involontario” che ha scritto per ritrovare la compagnia del figlio e soprattutto per non impazzire (repetita juvant!). Mi auguro perciò che, con il racconto della mia esperienza, oltre a commemorare la memoria di Giuseppe, possa portare giovamento, magari anche minimo, ad altre persone, adulti e ragazzi. Solo così potrò dare un senso alla stupida ed inutile morte di Giuseppe Noemi».

Salernitano di nascita, milanese d’adozione da quarantaquattro anni, Marco Termenana è iscritto all’Ordine dei Giornalisti dal 1980. Non ha mai smesso di scrivere per capire e “Mio figlio” resta, prima ancora che un caso editoriale, il modo che ha trovato per continuare a parlare con un figlio che non c’è più.