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Il silenzio dei colpevoli

Nuovo articolo di Simone Andrani

C’è un silenzio che chiunque sia nato in Puglia riconoscerebbe a occhi chiusi. È quello di un uliveto all’alba. Il vento che sfiora le chiome, il canto lontano di un merlo, il rumore secco delle scarpe sulla terra rossa. Per secoli è stato il suono della normalità. Della vita.

Poi, all’improvviso, è arrivato un altro silenzio. Quello degli alberi morti.

Chi non è cresciuto tra gli ulivi potrebbe pensare che questa sia soltanto la cronaca di una malattia responsabile del disseccamento di alcune piante. Non lo è. È la cronaca di una terra che ha visto spegnersi una parte della propria anima.

Perché un ulivo, in Puglia, non è soltanto un albero. È un’eredità. È una promessa tra generazioni. È il nonno che indica al nipote il tronco che piantò suo padre. È la raccolta delle olive che riunisce una famiglia. È il pane condito con l’olio nuovo. È il paesaggio che ci fa sentire a casa.

Quando muore un ulivo secolare, non cade soltanto una pianta. Si interrompe un flusso vitale quasi ancestrale.

Ridurre la tragedia della Xylella a una questione fitosanitaria sarebbe un errore. Certo, tutto comincia con un batterio, la Xylella fastidiosa, identificata nel Salento nel 2013.

Ma ciò che è accaduto dopo riguarda molto più della botanica: riguarda il modo in cui uno Stato affronta un’emergenza, il rapporto tra scienza e politica, la forza della disinformazione, la lentezza della burocrazia e, soprattutto, il prezzo che pagano le persone quando restano indifferenti e questi elementi smettono di dialogare.

La scienza, fin dai primi mesi, indicò una strada. Non era una strada facile, né popolare. Prevedeva monitoraggi serrati, controllo degli insetti vettori e abbattimento delle piante infette e di quelle circostanti, secondo i protocolli antiparassitari applicati in tutto il mondo per contenere organismi nocivi altamente invasivi. Quelle misure suscitarono paura, rabbia e incredulità.

Come si poteva convincere un agricoltore ad abbattere un ulivo di proprietà della sua famiglia da duecento anni? Come si poteva spiegare che, per salvare un territorio, bisognasse distruggerne una parte?

Una scelta così drammatica avrebbe richiesto una comunicazione chiara, una politica unita e una fiducia reciproca purtroppo assenti.

Negli anni successivi il dibattito si trasformò in uno scontro. Da una parte la comunità scientifica, dall’altra comitati, associazioni e cittadini promotori dell’idea che esistessero spiegazioni diverse, cure alternative o interessi nascosti.

Le indagini giudiziarie rallentarono alcuni interventi. La politica si divise. Ogni decisione sembrava arrivare accompagnata da polemiche, ricorsi e sospetti.

Nel frattempo, il batterio non partecipava al dibattito. Continuava ad avanzare.

È forse questa l’immagine più amara dell’intera vicenda.

Mentre gli uomini discutevano, la natura seguiva il proprio corso. Il tempo della Xylella era infinitamente più veloce del tempo delle istituzioni. E il tempo, in questa storia, è il vero protagonista.

Per un agricoltore una stagione persa significa reddito perduto. Due stagioni significano sacrifici. Tre o quattro possono voler dire la fine di un’azienda costruita nell’arco di una vita.

Quando il Governo e la Regione Puglia misero in campo il Piano straordinario per la rigenerazione olivicola, migliaia di imprenditori tornarono a sperare. Finalmente non si parlava soltanto di alberi da abbattere, ma di alberi da piantare. Di cultivar più tolleranti come Leccino e Favolosa. Di rinascita.
Molti proprietari terrieri fecero ciò che solitamente fanno gli imprenditori quando vogliono preservare o incrementare il capitale a disposizione: investirono.

Prepararono così i terreni. Contattarono agronomi ed altri esperti del settore. Sostennero spese. Presentarono domande. Attesero.

Gli atti pubblici dimostrano lo stanziamento di fondi, la pubblicazione di bandi e la concessione di contributi. Sostenere il contrario non sarebbe corretto.

Ma gli stessi atti raccontano anche un’altra realtà, fatta di graduatorie corrette più volte, istruttorie lunghe, scorrimenti, rinunce, nuovi provvedimenti, liquidazioni mal distribuite negli anni o mai avvenute e, dulcis in fundo, di somme versate agli uffici regionali competenti da parte di tutti quei piccoli produttori olivicoli intenzionati ad aderire a un piano di reimpianto (affidabile quanto le ali di cera del mitologico Icaro), ma delle quali, ancora oggi, non si hanno notizie. Neanche fossero state oggetto di un gioco di prestigio del Mago Silvan.

Ma perché si è deciso di attendere che gli eventi facessero il loro corso invece di intervenire subito?

Un impiego più tempestivo degli uomini dello Stato nelle operazioni di monitoraggio, rimozione e sostituzione delle piante infette non avrebbe consentito di contenere meglio l’emergenza?

Un fascicolo può giacere per mesi sopra una scrivania e restare intatto, mentre un essere vivente sofferente, se non curato, si spegne giorno dopo giorno.
Un ufficio può rinviare una decisione. Un’azienda agricola deve pagare stipendi, mutui, contributi e fornitori.

Il senso di abbandono raccontato ancora oggi da molti agricoltori, più che derivare dall’assenza di risorse, è derivato dalla difficoltà di alcuni individui di osservare e provare a comprendere il passato ed il presente per programmare al meglio il futuro.

La tragedia della Xylella ha prodotto una seconda malattia, meno visibile ma altrettanto pericolosa: la sfiducia.

Sfiducia nella politica. Sfiducia nella scienza. Sfiducia nelle istituzioni.

E quando un territorio perde fiducia, ricostruirla è molto più difficile che piantare un nuovo ulivo. Perché gli ulivi, prima o poi, ricrescono. La fiducia no.

Ad oggi sono pochi i campi che stanno tornando a vivere. Le nuove coltivazioni olivicole promettono bene. Gli agricoltori speranzosi non mancano. I ricercatori continuano a studiare il batterio. La Puglia sta cercando di risalire lentamente la china.

Ma niente e nessuno potrà restituirci quei legnosi saggi che videro passare eserciti, epidemie, carestie, regni e Repubbliche, diventando custodi silenziosi della nostra storia e identità.

Chissà cosa direbbero i contadini che hanno visto crescere quegli ulivi, le coppie che ai loro piedi si sono innamorate e le famiglie che, grazie ad essi, si ritrovavano intorno ad un tavolo, se venissero a sapere che quegli archivi di linfa e memoria non esistono più!

Forse a causa di un batterio. Forse a causa dell’incapacità tutta italiana di decidere in fretta, di ascoltare, di confrontarsi e di fare della burocrazia una risorsa più che una zavorra.

Tuttavia, più di ogni altra cosa, le dinamiche che hanno accompagnato la diffusione della Xylella raccontano implicitamente della fragilità del rapporto tra una comunità e il proprio territorio, fornendo, di riflesso, delle risposte anche ad altre questioni, quali, ad esempio, il baratto delle nostre terre e delle nostre spiagge con valigette ventiquattr’ore, la fuga dei giovani verso Nord a causa della carenza di opportunità di vario genere e lo smantellamento del sistema sanitario ed ospedaliero.

Difendere un territorio significa molto più che proteggerne il paesaggio. Significa far sentire la propria voce e battersi con tutte le proprie forze affinché la terra non venga considerata soltanto un bene economico, ma un tratto fondamentale di quel corredo genetico, storico, culturale, sociale ed ambientale che determina l’identità di un popolo.

Non è un caso che, proprio in questi giorni, molti uomini e molte donne albanesi abbiano deciso di scendere in piazza per protestare contro il governo del premier Edi Rama, intenzionato a cedere lunghi tratti di costa e giusto un paio di isole ad una catena di resort di lusso appartenente ad un fondo d’investimento gestito da Jared Kushner, genero ed ex consigliere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Lasciare che gli eventi facciano il loro corso e rinunciare a far sentire la propria voce è la scelta peggiore che si possa fare perché, come recita una strofa della canzone Il silenzio dei colpevoli di Caparezza: «Chi tace soggiace alla volontà del loquace».

Il disastro causato dalla cosiddetta “sputacchina” non avrà fine quando l’ultimo ulivo sarà reimpiantato; l’esodo verso il Settentrione o l’estero non terminerà quando verranno emanate leggi più favorevoli ai giovani, così come l’emorragia sanitaria non verrà placata quando sorgeranno strutture ospedaliere nuove di zecca a discapito di quelle già esistenti.

Tutto finirà il giorno in cui saremo capaci di affrontare qualsiasi problematica con onestà intellettuale, non cercando giustificazioni o capri espiatori, bensì soluzioni.

Perché gli errori, quando vengono nascosti, si ripetono.

Quando (e se) compresi, possono diventare una lezione.

Camminando tra gli uliveti del Salento capita ancora di incontrare qualche gigante sopravvissuto che sembra volerci inesorabilmente ricordare che il tempo è una responsabilità e che, se manca il coraggio di scegliere, di programmare e di prendersene cura, una qualsiasi comunità rischia di veder avvizzire in pochi frangenti il frutto di secoli di storia e di sacrificio.

Ma questa lezione non riguarda soltanto gli ulivi.

Riguarda i giovani costretti a cercare altrove ciò che qui non riescono più a trovare. Riguarda gli ospedali che faticano a garantire servizi adeguati. Riguarda le campagne che si svuotano, i borghi che invecchiano, le coste che rischiano di diventare semplicemente merce di scambio.

La Xylella ci ha insegnato che un patrimonio non muore soltanto quando viene colpito da un batterio. Muore quando ci convinciamo che la sua perdita sia inevitabile. Quando ci abituiamo al declino. Quando smettiamo di considerarlo una responsabilità comune.

Il silenzio di un uliveto all’alba era sinonimo di vita. Poi è diventato un’attestazione di morte.

La speranza è che il prossimo silenzio della Puglia non sia quello dell’indifferenza. Perché gli ulivi si possono ripiantare. Un ospedale si può ricostruire. I giovani possono tornare.

Affinché tutto questo accada, è necessario però che nessuno decida di voltarsi dall’altra parte.

Talvolta, come già detto in precedenza, servono secoli per costruire un patrimonio naturale, storico, culturale e umano. Bastano pochi anni per comprometterlo.

In conclusione, il tempo non è soltanto ciò che misura la storia: è ciò con cui ciascuna generazione decide se consegnare ai propri figli una terra più ricca o più povera di quella che ha ricevuto.

Simone Andrani