di Enrico Fattizzo
Me ne stavo lì a spingere con i piedi il mio pallone in un pomeriggio di un’estate sempre più torrida. Le strade arroventate partorivano scenari desertici, quasi inverosimili. Sollevando la testa, dopo aver accompagnato sul lato i riccioli abbondanti madidi di sudore che mi affollavano la fronte, scorsi un uomo che mulinava nervosamente le gambe con il cellulare all’orecchio. Conclusa la telefonata mi fissò per qualche istante. Si avvicinò: «Bambino, hai bisogno di qualcosa?».
«No, grazie».
«Ho visto che mi guardavi mentre ero al telefono».
«Sì, ero curioso».
«Di cosa?».
«Del modo in cui parlava. Erano cose importanti, credo».
«Puoi dirlo forte», aggiunse con un tono di compiacimento.
«Questioni di lavoro?».
«In un certo senso sì. Un lavoro molto delicato».
«Di cosa si occupa lei, signore?».
«Sono un politico», rispose tutto tronfio.
«Cioè?».
«Beh, possiamo dire che contribuisco a decidere le sorti delle persone, incidendo sulle loro vite. Amministro i beni e i soldi pubblici».
«Pubblici significa che sono di tutti?».
«Esatto. Ma non potendo essere gestiti da tutti si eleggono delle persone che lo fanno nell’interesse della collettività».
«Capisco. Quindi devono essere persone molto capaci e preparate, immagino. E chi li sceglie?».
«Il popolo, con il voto».
«E il popolo è in grado di valutare la preparazione di queste persone?».
«Sì e no. Comunque, non c’è altro modo di sceglierli. La democrazia si poggia sull’assunto “il popolo è sovrano”».
«Capisco. Ma queste persone si propongono al popolo? Chiunque può proporsi?».
«Sono i dirigenti dei partiti o dei movimenti a proporli e poi il popolo decide tra quelli proposti».
«Quindi i dirigenti potrebbero proporre solo persone adeguate e di spessore, in modo che qualunque scelta del popolo garantisca un livello alto. O no?».
Si limitò a una smorfia che tradiva un certo disappunto, mentre mi rivolgeva uno sguardo che pareva un ammonimento.
«In fondo stiamo parlando dell’attività più importante di tutte, mi sembra di capire. E non dovrebbero essere le persone più capaci e preparate a occuparsene?».
«Ci vuole il consenso popolare. Contano i voti!».
«Capisco».
«Vuoi sapere altro?».
«Sì. Chi controlla queste persone? Se sbagliano cosa succede?».
«Ci sarebbero i politici di opposizione, quelli che hanno perso le elezioni e che non governano. E poi vari organi di controllo previsti dalle norme».
«E il popolo?».
«Può farlo con varie iniziative, ma soprattutto con il voto, mandando a casa chi ha governato, se non è contento».
«E chi governa litiga con quelli che fanno opposizione?».
«Certo. Però lo si deve fare sempre con rispetto ed educazione, senza mai travalicare, evitando di alzare i toni e di attaccare le persone».
«E se qualcuno che gestisce ciò che è di tutti ruba o commette reati o, semplicemente, si comporta male, magari utilizzando i soldi di tutti per favorire parenti, amici e conoscenti a discapito di persone più meritevoli e bisognose, qualcuno del popolo potrebbe arrabbiarsi? E se uno si arrabbia alza un po’ i toni o no?».
«C’è modo e modo di alzare i toni. Ma il rispetto non deve mai venire meno».
«Capisco. Quindi, se si critica un politico ritenendolo indegno di ricoprire quel ruolo poiché incapace e impreparato, secondo il suo punto di vista siamo di fronte a un attacco personale? Se si denunciano delle politiche poco trasparenti, clientelari, inopportune, deleterie per la comunità, magari illegali, come si fa a non attaccare la persona artefice di quelle politiche? Come si può essere rispettosi della persona che incarna quel tipo di politica? Meglio lasciarlo fare affinché continui a danneggiare le persone di quella comunità? Facciamo del male a tante persone per non attaccare una persona, alla quale dobbiamo anche rispetto?».
«Questo è solo qualunquismo, populismo allo stato puro».
«Certo. Per il ladro che colpisce un singolo individuo invochiamo la legittima difesa e la grazia per colui che si arroga il diritto dell’esecuzione privata, inseguendo il ladro per strada e sparandogli alle spalle mentre è in fuga, invece per il “ladro” che ruba a un’intera comunità invochiamo il rispetto, perché fino al terzo grado di giudizio, e anche oltre, noi pretenderemo rispetto per quella persona, vero?».
«Ma da dove viene tutta questa rabbia che hai dentro?».
«Credo dalla scempio che mi circonda, signore. Le faccio una domanda: chi è oggi il politico più importante e potente al mondo?».
«Direi Trump».
«Bene. E per lei quel tipo merita rispetto?».
Gli si corrucciò la fronte. E dall’imbarazzo che si percepiva capii che militava nello schieramento “vicino” allo “sceriffo americano”, a quelli che, fino a poco tempo prima, lo avevano osannato, appoggiando anche la sua autocandidatura al Nobel per la pace…
Incalzai: «E se nessuno protesta, alza i toni o denuncia, il furbo, o il lestofante, o semplicemente colui che gestisce male la cosa pubblica, continua imperterrito nella sua azione. O no? Forse per questo chi governa invoca sempre i toni bassi e il rispetto reciproco. A loro fa comodo un clima di omertà e calma piatta».
«Ma chi ti insegna questi termini?».
«Io studio, signore!».
Sul suo volto cominciava a delinearsi il ritratto dell’insofferenza. Probabilmente, non reagì in malo modo per via della mia età. Non poteva certo comportarsi da maleducato…
Ma riprese la sua apologia: «E se invece ci abbandonassimo alle denunce a ogni piè sospinto, alle illazioni, alla diffamazione perenne, staremmo meglio secondo te? Che mondo sarebbe?».
«La mia maestra mi ha insegnato che non si risponde estremizzando la tesi contraria, mettendone in risalto le degenerazioni, né si cerca di delegittimare o denigrare colui che propone quella tesi. Si deve rispondere nel merito, argomentando. Sono il primo a condannare le accuse e le proteste a prescindere, senza fondamento, in malafede».
Lessi nei suoi occhi un moto di stupore. Sembrava spiazzato più che infastidito.
«Se una persona assume un ruolo pubblico, importante e delicato, deve mettere in conto le critiche anche aspre, deve abituarsi a vivere sotto i riflettori. E cosa c’è di più importante e delicato del fatto di decidere circa la vita degli altri?».
«Ribadisco: è il popolo a decidere con il voto. Oltre il consenso popolare non c’è niente!».
«In realtà, signore, in uno Stato di diritto, oltre il consenso popolare c’è la legge!».
«Sì, sì, vabbè. La tua maestra ha esagerato, ti ha insegnato troppo cose».
«Quindi non farò il politico…».
Gli strappai un mezzo sorriso che, tuttavia, mi parve involontario, quasi che gli fosse scappato dalla bocca.
«Ma insomma per te il consenso popolare è un merito o no?», tuonò.
«Se i voti sono la traduzione di una stima, di un apprezzamento, di una considerazione sociale, assolutamente sì. Ma se, invece, sono il frutto di un’ampia rete di parenti, amici, conoscenti, persone alle quali si sono fatti, o promessi, dei favori, certamente no! E non parlo di situazioni più gravi. E, caro signore, spesso i rappresentanti del popolo non sono decisi nemmeno dal consenso popolare, ma solo da situazioni contingenti e fortunate, come ad esempio la legge elettorale vigente, la scelta dello schieramento, le decisioni di chi sceglie i candidati, ecc. Se uno prende tot voti e viene eletto, e un altro ne prende il triplo e rimane a casa, è stato il consenso popolare l’elemento chiave e decisivo? Non mi pare…».
Si fermò un attimo a riflettere, mentre con la mano tergeva il sudore dalla fronte. Poi ribatté: «Comunque, al di là di queste belle chiacchiere, il politico deve fare, lavorare ventiquattr’ore al giorno per i cittadini, badare alla concretezza, senza inseguire ideali vuoti che non portano da nessuna parte».
«E che ce ne facciamo di uno che fa tanto, ma lo fa male? O addirittura lo fa perseguendo interessi particolari a scapito di quelli collettivi? E, sinceramente, lavorare ventiquattr’ore al giorno mi sembra esagerato. Anche perchè non rimarrebbe nemmeno un secondo per riflettere. Il rischio, quindi, sarebbe quello di avere gente che fa senza pensare…».
«Vedo che ti piace giocare con le parole».
«Ai bambini piace giocare, signore».
«E comunque è facile criticare dall’esterno, senza sporcarsi le mani. Tutti professorini dal divano di casa».
«Mi sta dicendo che se una persona non scende in campo e non si schiera, non è autorizzata a esprimere un giudizio? Non mi sembra il massimo per una democrazia. Sarebbe come se a un giornalista sportivo si dicesse che non può fare l’opinionista o dare i voti ai calciatori se non gioca a calcio».
«Torno al principio di partenza: tutti possono criticare, ma lo devono fare con rispetto ed educazione».
«Io rispetto le persone che lo meritano. Mentre per quanto riguarda l’educazione, le vorrei ricordare che il termine, oltre alle buone maniere, indica gli insegnamenti e il sistema di valori trasmesso da una guida. Ecco, io sono stato educato a reagire alle ingiustizie, a non accettarle supinamente, a non avallarle implicitamente. Forse i maleducati sono altri… E poi, basta con questa retorica melliflua del rispetto e dell’educazione, con questo buonismo vuoto, o colmo d’ipocrisia. Sembra di stare in convento, con politici travestiti da monaci e suore, che chiedono silenzio, che come pena estrema danno del “birichino” a chi commette peccati, anche gravi, che rassicurano che tutto verrà perdonato. Non funziona così».
Quelle parole pronunciate con un’impennata della voce lo disturbarono. Si voltò di lato per un attimo, poi tornò a fissarmi e, sbuffando, replicò: «Senti, mi ha fatto piacere discutere con te, ma ora devo andare, anche perché qui c’è un caldo tremendo».
«Prima c’erano gli alberi che regalavano un po’ di refrigerio, ma poi i politici locali hanno pensato bene di sradicarli per rendere la piazza più aperta e funzionale agli eventi. Ecco, loro fanno tanto…».
«Un’ultima domanda prima di andare. Hai detto spesso “capisco”. Ma cosa hai capito?».
«Una sola cosa, signore: che voi non avete capito un cazzo di cosa significhi fare politica! Dovete studiare!».
Mi fulminò con lo sguardo, ma non partorì una sola parola. Si voltò e, dandomi le spalle, si dileguò con uno slalom veloce tra i cantieri eterni voluti dai politici del fare.
