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La libertà è partecipazione. Il nuovo articolo di Simone Andrani

Immagine realizzata con AI

C’è una differenza fondamentale e quasi poetica tra la tirannia vecchio stile e il conformismo delle democrazie contemporanee. La prima aveva bisogno degli stivali chiodati, dei carri armati per le strade e delle forbici della censura di Stato; la seconda si accontenta di una delibera aziendale, di un taglio al budget della prima serata e di una fredda perizia reputazionale firmata in qualche ufficio del terzo piano. Se venticinque anni fa, per mettere a tacere l’informazione sgradita, serviva un Presidente del Consiglio che tuonava in diretta televisiva da Sofia accusando i giornalisti di “uso criminoso” della TV pubblica, oggi il potere ha compiuto un salto di qualità straordinario. La censura si è tolta la divisa d’ordinanza per indossare il mocassino di pelle della burocrazia. Non serve più urlare contro la stampa per farla tacere. È molto più comodo allargare le braccia e citare l’opportunità d’impresa, sfiancare i bilanci delle redazioni con le querele temerarie o attendere con pazienza che un fango mediatico ben orchestrato faccia il lavoro sporco al posto del governo di turno. In fondo, la musica di sottofondo di questo Paese non è mai cambiata davvero. Anno dopo anno, governo dopo governo, spesso e volentieri, fervidi predicatori della libertà ed arbitrarietà dell’informazione si sono rivelati i principali detrattori delle stesse.

La recente vicenda che ha travolto Sigfrido Ranucci e la redazione di Report rappresenta forse il punto di approdo più emblematico di questa lenta mutazione genetica. Gli ingredienti della vicenda sembrano usciti dalla penna di un drammaturgo dal gusto macabro. C’è un attentato con una bomba a mano nel garage di casa del conduttore; ci sono le indagini della Magistratura che portano all’arresto dell’ex faccendiere Valter Lavitola come presunto mandante; e poi c’è il paradosso che ribalta la realtà e che ha contribuito (e contribuisce tuttora) al perfetto funzionamento degli ingranaggi di un imponente carrozzone mediatico . È bastata la diffusione di alcune chat private e informali — intercettazioni in cui il giornalista figurava chiaramente come parte lesa e mai come indagato — per innescare la macchina della demonizzazione a mezzo stampa. Nel giro di poche settimane si è assistito a un capolavoro di ribaltamento retorico: la vittima di un attentato è stata trasformata nei fatti nel principale “problema di reputazione” dell’azienda pubblica. Con la freddezza burocratica di una delibera di condominio, il conduttore è stato sospeso per “opportunità” ed estromesso dal proprio programma. Senza il clamore di un editto imperiale, ma con il tocco felpato di chi ti offre una corrispondenza all’estero o una scrivania in archivio per il tuo bene.

Il giornalismo del nostro tempo si differenzia da quello raccontato nel 1975 da Pierpaolo Pasolini nei suoi Scritti Corsari poiché, sebbene oggi sia più facile reperire prove utili a condurre minuziose inchieste e i riscontri siano sotto gli occhi di tutti, l’impatto di date notizie sulla realtà pare essere quasi nullo. Il sistema non combatte più i fatti svelati dalle inchieste; combatte la credibilità di chi li racconta, trasformando la ricerca della verità in una questione di gradimento o di “opportunità aziendale”.

La storia della televisione pubblica italiana negli ultimi trent’anni è una cronaca dettagliata di ridimensionamenti programmatici. Se nell’era dell’Editto Bulgaro del 2002 l’espulsione di Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi avvenne con una dichiarazione di guerra frontale che creò immediati anticorpi e un’ondata d’indignazione collettiva, oggi il metodo si è raffinato. Dalle dimissioni forzate di Sandro Curzi dal Tg3 negli anni ’90, passando per la chiusura improvvisa de L’Arena di Massimo Giletti nonostante gli altissimi ascolti, fino al recente ed elegante esodo di volti storici come Fabio Fazio e Lucia Annunziata, la regia segue sempre lo stesso spartito. Si lavora sui margini: si riducono i budget, si spostano i programmi in orari impossibili, si nega la tutela legale dell’azienda di fronte alle querele speculative e si attende che il giornalista si arrenda per sfinimento o cerchi rifugio altrove. Il Servizio Pubblico ha sistematicamente rottamato il cane da guardia per sostituirlo con un addomesticato barboncino da salotto, addestrato a scodinzolare davanti al ministro di turno e a far finta di non vedere gli scheletri negli armadi delle partecipate statali.

Qui la lezione di Giorgio Gaber si fa dolorosamente attuale. In La libertà Gaber cantava: «La libertà non è uno spazio libero / La libertà è partecipazione». Ma cosa resta della partecipazione quando lo spazio d’informazione viene ridotto a un teatrino di opinioni contrapposte dove la parola di un giornalista che ha studiato un faldone per mesi vale quanto l’opinione improvvisata di un politico in cerca di visibilità? Quando il fatto scompare dietro il rumore di fondo del “sentito dire”, la libertà d’espressione perde la sua sostanza e diventa una pura illusione ottica.

Non bisogna commettere l’errore di pensare che questa crisi riguardi solo le stanze di Viale Mazzini. Il fenomeno è sistemico e trapassa l’intera filiera dell’informazione italiana. L’articolo 21 della Costituzione — quel testo solenne che recita “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” — non viene abrogato con un voto parlamentare, ma svuotato attraverso la combinazione chirurgica di norme e pressioni economiche. Le cosiddette querele temerarie sono diventate l’arma d’assalto preferita dai potenti. Richiedere risarcimenti milionari a un piccolo giornale di provincia o a un freelance privo di una grande redazione alle spalle equivale a mettere una pistola sul tavolo della redazione. Non importa se la querela verrà archiviata dopo cinque anni: nel frattempo il giornalista avrà speso migliaia di euro in spese legali e avrà imparato la lezione dell’autocensura preventiva.

Se a questo si aggiungono le riforme legislative che limitano fortemente la possibilità di pubblicare le ordinanze di custodia cautelare e gli atti delle indagini giudiziarie, il quadro d’insieme appare chiaro: si vuole una cronaca priva di dettagli, sterilizzata, innocua. Nel suo capolavoro 1984, George Orwell descriveva questa nuova forma di comunicazione come lo strumento perfetto per restringere l’orizzonte del pensiero umano: «Alla fine, la disobbedienza civile ed il dissenso diventeranno psicoreati e risulterà impossibile dare loro voce». L’evoluzione della legislazione sulla stampa in Italia sembra orientata a perseguire un tale obiettivo, così da rendere l’inchiesta giudiziaria ed economica letteralmente impossibile e da privare i cronisti della materia prima con cui raccontarla al Paese: la Libertà.

Il rischio più mortale per la nostra tenuta democratica non è la singola polemica politica o la rimozione di un conduttore di successo. È l’assuefazione generale. Ci stiamo abituando all’idea che l’informazione debba essere un intrattenimento rassicurante, una sequenza di notizie di costume, meteorologia e interviste in ginocchio senza diritto di replica. Abbiamo scambiato il giornalismo con l’infotainment, dimenticando che un Paese in cui la stampa non dà fastidio è un Paese in cui la politica non deve rendere conto di nulla.

Quando la libertà di pensiero e di parola viene trattata come un privilegio concesso dal potere e non come un diritto fondamentale dei cittadini, la democrazia smette di respirare. A perdere, alla fine di questa lunga catena di rinunce e silenzi burocratici, non è il singolo giornalista spedito al confine della redazione o costretto al cambio di casacca. A perdere siamo tutti noi, rassegnati residenti di una Repubblica che sta lentamente barattando la propria consapevolezza con la sonnolenza di massa. Perché, per dirla con le parole di De André, «per quanto vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti». E una società che decide di non voler più ascoltare le domande scomode ha già scelto di farsi raccontare la favola della realtà direttamente da chi governa la casa.

Simone Andrani