Alle vigne te l’arciprete

ovvero “Ab urbe còndita”

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Alle vigne te l'arciprete
Foto: Andrea Mucelli

Salviamo la biodiversità linguistica, ascoltiamo il suono di una lingua a rischio estinzione. Salviamo la nostra identità culturale, la nostra storia.

L’espressione è utilizzata per indicare una narrazione dei fatti che si perde nel tempo e che, a volte, perde di vista l’argomento di cui si sta discettando. La vigna nella simbologia contadina è la coltura più ambita e ancestrale perché dona prosperità; per capire il valore che veniva dato a essa è sufficiente pensare che in alcuni paesi il vigneto si trovava anche in piazza, quindi nel cuore pulsante del borgo. 

Nell’odierno clima elettorale che anima la sonnolenta vita di provincia, i candidati, che molto spesso candidi non sono, dal podio si lanciano accuse, contumelie, anatemi e rivangano fatti accaduti in tempi remoti, insomma si arriva alle vigne te l’arciprete.

Nel paese lacerato da faide secolari, la collettività si cimenta in un contraddittorio acceso: le ragioni etiche si mischiano agli interessi più gretti ed egoistici. E qualcuno che ostenta studi classici e scetticismo, chiosa: «Cicero pro domo sua». 

I diretti interessati, in questi giorni di grande concitazione, setacciano il paese in cerca di voti, scampanellando alle porte; e qualcuno che non gradisce visite inaspettate riferisce: sa piazzatu te putrimisi a casa mia.

Sconosciuto ai più, il modo di dire viene dal greco bizantino e sottolinea l’arrogarsi un diritto, in questo caso presentarsi a casa di qualcuno senza preavviso.

Nell’agòne politico a volte esplode la rabbia, perché i carusi, si sa, amano questionare, cioè dis-quatere, scuotere, agitare le parole, liberare il nucleo dalle altre parti per poterle analizzare. I vecchi, invece, stanchi di parolai e mestieranti sintetizzano con un altro adagio popolare: le parole nu inchiane panza

E allora, nell’indistinta coralità, qualcuno sospira con Pavese: Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.