Ceylon, ovvero l’isola del tè nero

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Attualmente denominata Stato di Sri Lanka, Ceylon diviene l’isola del tè nero solo nella seconda metà dell’800. In realtà la sua storia commerciale inizia qualche secolo prima.

A partire dal 1500 Ceylon entra nell’orbita degli interessi europei prima come base commerciale portoghese e poi olandese. Nel 1796 la compagnia delle Indie Orientali inglese acquisisce l’attuale isola del tè nero, la quale nel 1815 diventa ufficialmente colonia britannica.

Ceylon nel frattempo è già rinomata per le sue spezie, in particolare pepe, cannella e noce moscata, che ancora oggi esporta in tutto il mondo. A partire dagli anni 20 dell’800 diviene un’immensa piantagione di caffè, destinato particolarmente al consumo europeo.

L’importanza del caffè per Ceylon diventa imponente a partire dal 1866, quando la crescente domanda di questa materia prima spinge i coltivatori locali ad affiancare alle qualità già esportate altre, molto pregiate, provenienti dalla Colombia. Queste varietà infatti sono in grado di acclimatarsi bene anche sopra i 1.000 metri nell’isola. Le coltivazioni si estendono così in zone che fino a qualche anno prima non venivano affatto utilizzate.

Le grandi aspettative per questa nuova varietà di caffè durano però molto poco. Nel 1867 infatti un fungo parassita (Hemileia vastatrix) proveniente da alcune piante colombiane si rende protagonista della più grande infezione mai avvenuta e battezzata come “ruggine del caffè”. Il parassita distrugge in soli due anni la quasi totalità di colture della nascente isola del tè nero.

Molti proprietari terrieri provenienti dalla Gran Bretagna, vendono loro malgrado al miglior offerente le grandi estensioni di terreno a prezzi di puro realizzo. Siamo nella seconda metà dell’800 e lo spettacolo che Ceylon offre agli occhi di chi guarda è di un’isola devastata e spoglia.

La storia successiva di questa splendida isola si lega indissolubilmente a quella di uno scozzese, tale James Taylor che il suo maestro elementare descrive come un ragazzo tranquillo ma deciso e tenace.

Figlio di un falegname, James Taylor a 16 anni parte all’estero in cerca di fortuna. Giunge a Ceylon e vi si stabilisce definitivamente come vicedirettore della grande piantagione di caffè di Loolecondera, che appartiene a una società londinese.

Nel 1863, l’allora venticinquenne giovane Taylor, bonifica di sua iniziativa i terreni circostanti introducendo la coltura della Cinchona calisaya. Questa pianta è nota per via della chinina che si può estrarre e che permette di combattere la malaria che in quel periodo è diffusa in tutto il mondo.

Un giorno Taylor va a visitare l’orto botanico di Kandy, uno dei più importanti di tutta l’Asia, e qui vede crescere rigogliose le piante di tè nero indiano Assam. Decide così di usare queste piante come siepi ornamentali e si fa donare alcuni semi di queste piante che mette a dimora nel suo giardino.

L’anno successivo, in visita a Calcutta, coglie l’occasione per acquistare alcuni semi di tè Darjeeling che sperimenta con successo in pochi acri di terreno. In effetti Taylor non ha ancora intenzione di sfruttarlo commercialmente.

Ma due anni più tardi le prime piantagioni di caffè colombiano cominciano ad ammalarsi e morire. Taylor però, determinato com’è, non si perde d’animo e sa che altre colture alternative sono resistenti a questo parassita. Investe così tutti i suoi averi, si indebita fino al collo e rileva la proprietà di Loolecondera.

A questo punto fa dissodare i terreni coltivati a caffè e ci semina il tè indiano Assam e Darjeeling coltivato fino a quel momento solo nel suo giardino. Assume le migliori maestranze indiane e inizia a lavorare artigianalmente il tè che viene venduto nel mercato locale.

Nel 1872 Taylor inaugura la sua prima manifattura e l’anno successivo presenta all’asta di Londra alcune partite di tè molto apprezzate.

Negli stessi anni anche il commerciante Thomas Lipton importa il tè cingalese in Europa gettando le basi di un vero e proprio impero. Diventa infatti uno degli uomini più ricchi del mondo grazie alla sua intraprendenza. Lo scrittore di Sherlock Holmes Sir Arthur Conan Doyle dice in proposito: le piantagioni cingalesi di tè sono un monumento al coraggio paragonabile solo a quello degli eroi di Waterloo.

La definitiva consacrazione dell’isola del tè nero avviene all’esposizione universale di Chicago nel 1893. Gli americani gustano la fragranza e lo squisito aroma e si convincono a ritrattare la loro ancestrale antipatia verso il tè che risale all’ormai noto Boston Tea Party.

Molti altri produttori seguono le orme di Taylor e Lipton creando un consorzio. Sul finire dell’800 molti sovrani ricevono dal consorzio cinquanta scatole di tè cingalese con allegato un album illustrato dell’isola. Questa propaganda fa il giro del mondo e consacra definitivamente Ceylon nel panorama mondiale.

Inizia qui il lento declino del tè verde cinese in favore di quello dell’isola del tè nero di Ceylon.

Oggi la maggior parte di piantagioni di tè nero dello Sri Lanka è situata nelle regioni sud occidentali del Paese ad altitudini comprese tra i 500 e i 1.600 metri. La raccolta si effettua in primavera nei distretti occidentali e in estate in quelli orientali, a seconda del vento monsonico.

Le qualità migliori vengono però da fattorie che si trovano oltre i 1.200 metri dove il clima è più fresco. Le maggiori aree produttive sono quelle di Galle a sud dell’isola, Ratnapura, Kandy, Uva, Nuwara Eliya e Dimbula.

I tè di bassa quota sono utilizzati per produrre miscele destinate alla grande distribuzione mentre i giardini più in quota come quello di Nuwara Eliya producono i migliori tè dell’isola.

Il tè nero di Ceylon ha un aroma molto forte e un sapore deciso e oggi l’isola può fregiarsi del logo che per gli occidentali è l’equivalente del marchio DOP.

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Daniele è docente, fotografo, giornalista, sociologo, ma soprattutto è un profondo conoscitore di tè e infusi che degusta da più di trent'anni. Il suo mantra è un antico proverbio giapponese che dice: un bagno rinfresca il corpo, una tazza di tè lo spirito. Ma il tè è anche una metafora di vita, un modo per sedersi e parlare delle cose del mondo con serenità accanto a un buon infuso che predispone alla meditazione.