Chiacchiere senza distintivo

0
1214
chiacchiere senza distintivo
Foto: Alessandra Nuzzo

Chissà se Al Capone, nel film Gli Intoccabili, prima di pronunciare quella famosa frase, invece che alle chiacchiere vane e inutili, avesse pensato a quei dolci friabili, dorati e deliziosi, l’avrebbe poi pronunciata e resa così celebre, incastonandola per sempre nella storia della cinematografia internazionale.
Perché sì, se il poliziotto, un Kevin Costner di passaggio, a detta di Al, valeva poco meno di niente, beh, delle chiacchiere di Carnevale sicuramente non si può dire la stessa cosa.

Ne è la prova il fatto che ogni anno, immancabilmente, compaiono con il loro aspetto e sapore inconfondibile nelle case e nelle vetrine di bar, panifici e pasticcerie ad annunciare il Carnevale, la festa più colorata e pazza di tutto l’anno.

Il nome usato più comunemente è chiacchiere, ma tantissime sono le varianti: c’è chi le chiama frappe, chi crostole, chi cenci, ma anche sfrappole e fregnacce, chi addirittura bugie.

Come tutti i dolci della tradizione, anche le chiacchiere hanno un’origine antichissima. 
Si racconta che derivino con molta probabilità dalle frictilia, delle sfoglie fragranti a base di uova e farina fritte nel grasso di maiale che venivano preparate in occasione dei Saturnali, festività dell’Antica Roma molto vicine al Carnevale odierno, durante le quali si celebrava l’insediamento del titano Saturno nel tempio e la prosperosissima età dell’oro.
Durante queste giornate si festeggiava con interminabili conviti e banchetti l’abbondanza dei doni della terra, concedendo addirittura agli schiavi di poter godere dell’antico stato di eguaglianza tra tutti gli uomini. 
Feste popolari erano organizzate ovunque e venivano sovvertiti tutti i canoni sociali, ogni differenza era annullata e l’unico interesse era la gozzoviglia. 
Venivano distribuiti pasti e dolci alla folla per le strade della città. Le frictilia venivano preparate in grandissime quantità perché dovevano bastare per tutto il periodo dei Saturnali e, considerati i costi molto bassi e la semplicità di preparazione, erano perfette per l’esigenza, incarnando nel tempo il simbolo dell’eccesso di quei festeggiamenti.

Esiste anche una versione più recente dell’origine delle chiacchiere, legata alla tradizione napoletana. Si narra che una regina di casa Savoia, non precisamente identificata, mentre intratteneva i suoi ospiti, chiese al cuoco di corte di preparare un dolce che potesse allietare la chiacchierata. Il cuoco partenopeo non mancò poi di banalità nel voler chiamare questo dolce proprio chiacchiera.

Col passare dei secoli, si può dire che la ricetta originale sia rimasta praticamente invariata: impasto di farina, burro, zucchero, uova e una piccola componente alcolica come l’acquavite, la grappa o la sambuca, e, dopo la frittura, una spolverata di zucchero a velo o, secondo alcune varianti regionali, una copertura di miele, cioccolato fondente o mascarpone montato o una spruzzata di alchermes.
Probabilmente l’unica variazione più significativa ha riguardato la cottura, che nel tempo ha via via visto sostituire il grasso animale con l’olio vegetale o, addirittura, la frittura con la cottura al forno, considerata più salutare, ma che, lo sapevano bene anche i Romani, non potrà mai pareggiare la croccantezza e la golosità del fritto.

Sarà per questo che, come dice Luciano Lavorgna, “Le chiacchiere sono buone a Carnevale, nei giorni normali lasciamole perdere”?

Articolo precedenteFattela cu lu meju te tie…
Articolo successivoWebinar su “Donne e Leadership” targato Fidapa
Alessandra Nuzzo
Alessandra lavora come ingegnere Informatico presso il Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici. Quando non ha il computer tra le mani adora leggere, scrivere, mangiare bene, viaggiare e poi tornare a casa. Nella sua terra coniuga le sue passioni in una sinergia tra tecnologia e tradizione, tra il correre veloce dell’innovazione e il lento incedere della natura in ogni sua espressione.