Dell’elmo di Scipio…

I governi italiani dinanzi alla guerra. Simone Andrani ripercorre gli ultimi 40 anni di storia nazionale e internazionale

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Crisi di Sigonella - Immagine tratta da un servizio di RAI 2

Dal 24 febbraio a questa parte, l’urlo di Putin terrorizza l’Occidente e in particolar modo l’Ucraina. Ma l’assalto russo al Paese del “cobalto cielo” e dei “campi d’or” è soltanto l’ultimo di una lunga serie di drammatici eventi geopolitici dimostratisi maggiormente in grado di influenzare tanto la politica italiana interna, quanto la politica italiana “esterna”. Negli ultimi 40 anni, gli atteggiamenti assunti dall’Italia sono andati via via diversificandosi anche e soprattutto in virtù: del periodo storico in corso; dei partiti costituenti la maggioranza di governo; del grado di coinvolgimento del nostro Paese nelle varie vicende politiche e degli equilibri internazionali.

Ma precisamente, come hanno reagito i diversi governi nazionali nei momenti più critici della storia recente? Le strategie adottate hanno avuto più risvolti positivi o più risvolti negativi?

La crisi di Sigonella e le tensioni Italia-USA (1985)

Il 7 ottobre 1985 la nave da crociera italiana “Achille Lauro” si trovava  in acque egiziane quando quattro terroristi iniziarono a seminare il panico, prendendo in ostaggio le circa 430 persone a bordo e sparando in aria numerosi colpi di arma da fuoco.

I terroristi dichiararono di far parte dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), il cui leader Yasser Arafat venne subito contattato dal Ministro degli Esteri Giulio Andreotti, che senza indugiare provvide a dichiarare lo stato di crisi.

Differentemente da Andreotti, il Ministro della Difesa Giovanni Spadolini apparve molto restio a trattare con i palestinesi, seguendo di fatto la linea del presidente statunitense Ronald Reagan il quale, acquisì un ruolo assai importante nella vicenda, in quanto i terroristi, nel frattempo, si macchiarono dell’omicidio di un cittadino americano che si trovava a bordo della nave.

Successivamente all’operazione che portò alla liberazione dei prigionieri (avvenuta grazie alla mediazione di Abul Abbas – uomo di Arafat – e in seguito a concessioni da parte dell’Italia), il 10 ottobre, i caccia americani individuarono l’aereo diretto a Tunisi su cui viaggiavano i terroristi  e gli ordinarono di atterrare in Sicilia, nella base Nato di Sigonella. Il Presidente del Consiglio Craxi diede il nullaosta solo dopo un lunghissimo braccio di ferro con Reagan; atterrato nella base, l’aereo in questione venne accerchiato prima dalla Vigilanza dell’Aeronautica Militare, poi dai militari americani ed infine dai Carabinieri: la tensione fra Italia e Stati Uniti giunse ai massimi storici e si rischiò persino lo scontro armato.

Solo nelle primissime ore del mattino seguente il clima tra Craxi e Reagan si fece meno “rovente”, ma non quello tra lo stesso leader socialista e Spadolini che, da filo-americano convinto, mal digerì la disobbedienza agli ordini provenienti da Washington, come dimostrò quando dispose ai ministri repubblicani di ritirarsi dall’esecutivo.

La Prima Guerra del Golfo e la gestione Andreotti (1990-91)

Il 2 agosto del 1990 l’Iraq di Saddam Hussein invase il  vicino Kuwait con l’obiettivo di disporre delle riserve petrolifere e di ottenere il controllo del territorio ; l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) impartì dure sanzioni ed impose il ritiro delle truppe irachene, senza ottenere risultati; questo indusse gli Stati Uniti ad optare per un intervento militare, a cui prese parte anche il nostro Paese, per volontà del governo e del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

Lo stesso Premier, che ricopriva contestualmente anche il ruolo di presidente di turno della Comunità Economica Europea, aveva però cercato una tregua già durante l’autunno, facendo leva sui (fino ad allora) buoni rapporti con Saddam e Arafat.

Ancora una volta, dunque, Andreotti diede priorità al dialogo con i Paesi del mondo arabo, preoccupato che un conflitto armato in quelle aree potesse turbare i già precari equilibri mediorientali; la pressione degli Stati Uniti di Bush però si fece sentire, e l’Italia si ritrovò a dover schierare i propri militari.dimostrandosi fedele a quell’atlantismo messo in serio pericolo da quanto avvenuto a Sigonella  6 anni prima.

La guerra terminò il 28 febbraio del 1991, con la vittoria della coalizione e il ritiro delle truppe irachene, e ahimè anche con l’assassinio di migliaia di civili.

D’Alema e l’Operazione Allied Force (1999)

Le guerre jugoslave, durate in tutto dieci anni a partire dal 1991, costituiscono i primi conflitti armati combattuti sul territorio europeo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Fra questi scontri fu il penultimo, quello del Kosovo (1998-1999), ad impegnare in maniera più significativa le nostre forze armate.

Il 24 marzo 1999, nel momento più intenso del conflitto tra la Repubblica Federale di Jugoslavia guidata da Slobodan Milošević e l’Esercito di Liberazione del Kosovo, la NATO decise nuovamente di procedere con un’azione militare.

L’Italia, che all’epoca dei fatti era governata dai Democratici della Sinistra (DS) di Massimo D’Alema, si guadagnò un posto al sole, considerato che proprio dalle basi militari del nostro Paese, partivano gran parte degli aerei destinati a bombardare le città di Pristina, Belgrado e Podgorica, velivoli che inizialmente dovevano essere adoperati solo ed esclusivamente per riportare Milošević al tavolo delle trattative. L’operazione Allied Force (in italiano “Forza Alleata”) durò più del previsto, e pur determinando il ritiro del leader jugoslavo, provocò la morte di migliaia di civili (tra cui 89 bambini), e lo sfollamento di quasi mezzo milione di persone.

D’Alema si era insediato a Palazzo Chigi, in seguito alla caduta del Governo Prodi e all’ ostinazione dell’allora Capo dello Stato Scalfaro di non sciogliere il Parlamento in una simile situazione di emergenza e di lasciare le redini del Paese in mano ad una figura di grande temperanza. L’ex leader de “L’Ulivo” in qualità di neo Presidente del Consiglio e forte della rilevanza riconosciutagli, in seguito alle richieste di Clinton di utilizzare le basi italiane senza coinvolgere direttamente la nostra patria nell’intervento, ribatté dicendo che l’Italia non era certo una portaerei e si dimostrò assai determinato ad assumersi la responsabilità di condurre l’azione militare al pari degli altri Paesi dell’alleanza, attirando però le ire della sinistra più convinta; malgrado tutto ciò, il nostro Paese non abbandonò la strada del dialogo: infatti al contrario degli altri, continuò  a tenere aperta l’ambasciata a Belgrado e a non abbandonare il tavolo delle trattative con Milošević, anche a bombardamenti iniziati.

Le guerre americane in Medio Oriente e i rapporti Berlusconi-Bush (2001-2006)

Il 12 settembre 2001, all’indomani del terribile attentato terroristico alle Torri Gemelle, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si mise in contatto con George W. Bush per garantirgli, oltre che la solidarietà del popolo italiano, la propria collaborazione.

Fu così che, quando nei mesi immediatamente successivi il governo americano diede inizio alla campagna militare contro i Talebani in Afghanistan (ritenuti responsabili dell’attentato), Berlusconi decise di far scendere in campo l’esercito italiano.

Mentre l’intervento a Kabul raccolse anche i favori della quasi totalità dell’opposizione, la decisione di Silvio Berlusconi di appoggiare Bush anche nella Seconda Guerra del Golfo diede adito a non poche polemiche.

Il conflitto in precedenza citato, ebbe inizio il 20 marzo del 2003 per volere degli Stati Uniti orientati a deporre Saddam Hussein (accusato di supportare il terrorismo islamico e volersi dotare di armi di distruzione di massa), e registrò da un lato, l’immediato rifiuto di Paesi come Francia e Germania a prendere parte alle operazioni militari e dall’altro, l’invio da parte dell’Italia di un contingente di oltre 3000 uomini nel sud dell’Iraq, avente come base principale Nassiriya , ove persero la vita 19 cittadini italiani in seguito a un attacco kamikaze.

La decisione di sostenere Bush in questo secondo frangente, come detto ,non venne accolta di buon grado dall’opinione pubblica italiana, e suscitò il parere contrario anche di due figure di spicco come l’allora Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi e l’ex Premier Giulio Andreotti, peraltro entrambi storici sostenitori degli USA. All’inizio delle operazioni, il Presidente della Repubblica, tentò in ogni modo di opporsi all’invio delle truppe in Iraq, e dopo aver convocato il Consiglio supremo di difesa, si dimostrò pronto a proporre la formula di “Paese non belligerante”; il testo venne sostanzialmente approvato, ma nel frattempo Berlusconi prese un’altra posizione, e l’Italia venne inserita dagli Stati Uniti nella lista dei Paesi disposti ad intervenire bellicamente.

Andreotti, dal canto suo, criticò a più riprese la scelta di Bush di attaccare Baghdad ritenendola un’azione profondamente ingiusta e basata sull’ipotetica esistenza di armi di distruzione di massa, non dimenticandosi poi di tacciare di ipocrisia il governo Berlusconi.

Nel gennaio 2006, dopo diverse altre morti, il governo sopra citato decretò il ritiro delle truppe, compito che sarà portato a termine dal subentrante governo Prodi.

La guerra in Ucraina

In Senato pochi giorni dopo l’invasione del Donbass, il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha duramente condannato le azioni della Russia di Putin, ed ha immediatamente offerto pieno sostegno all’Ucraina, con aiuti umanitari e militari, in accordo con l’Unione Europea e con la NATO in generale.

Il 29 marzo il Premier ha incontrato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per ribadire la volontà del governo di onorare l’impegno, preso proprio nei confronti della NATO, di aumentare le spese militari al 2% del PIL; il giorno seguente, Draghi ha avuto un colloquio telefonico con Putin “per parlare di pace”, non prima di aver accolto l’appello che Zelensky gli aveva rivolto e che aveva come fine ultimo quello di far sì che l’Italia potesse essere annoverata tra i garanti di un eventuale armistizio tra Russia ed Ucraina, armistizio di cui dopo 120 giorni di guerra non se ne vede nemmeno l’ombra.

Molti di noi, complice una situazione sociale e politico-economica non poi così rosea e non così tanto differente da quelle in precedenza indicate ,si staranno chiedendo o si saranno sicuramente chiesti quando tutto questo finirà e quali saranno gli effetti di questo conflitto sul “Bel Paese”, sull’Unione Europea e sull’intero Globo:a questo interrogativo che attanaglia la mente di un gran numero di persone si potrebbe rispondere in stile Rino Gaetano con un: ”Chi vivrà vedrà”; ma la domanda che occorre necessariamente porsi è: ma chi vivrà che cosa vedrà?

Vedrà l’alba di una nuova era o il definitivo tramonto di quella attuale?

L’unica speranza è che qualora si verificasse l’avvento di una nuova era, a imperversare sia l’universale volontà di scambiarsi il biblico ramoscello della pace (come chiesto in più riprese da quattro decenni a questa parte da guide spirituali degne di questo nome quali ad esempio Papa Giovanni Paolo II e Papa Francesco)  e che ognuno acquisisca una maturità tale da dire: « Lungo le sponde del mio torrente, voglio che scendano i lucci argentati, non più i cadaveri dei soldati portati in braccio dalla corrente » (anche se preferirei dire:dei propri fratelli e delle proprie sorelle).

A mio avviso, sarebbe necessario riflettere profondamente su quanto accaduto in questi anni così da comprendere quali siano gli errori commessi in passato, e quali siano quelli da non commettere in futuro.

Nel XVIII secolo, il filosofo Giambattista Vico partorì la teoria dei “Corsi e Ricorsi storici”, teoria improntata a sottolineare quanto gli eventi siano capaci di ripetersi ciclicamente e di bucare il tempo, ma mai poi così tanto valorizzata. I corsi e i ricorsi tanto osannati da Vico, altro non sono che dispense distribuite dalla “Maestra Storia” di cui, ad oggi, nessuno (o quasi), se ne è voluto servire per imboccare la “retta via”; forse sarebbe il caso che queste dispense cominciassero a venir lette non solo con gli occhi, ma anche e soprattutto con la mente ed il cuore.

Simone Andrani

*Rino Gaetano, ”Gianna”, 1978

*Fabrizio De André, ”La guerra di Piero”, 1966

FONTESimone Andrani
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Orgogliosamente disabile, Simone è attento ai diritti e ai doveri morali. Ama la vita ed è determinato a dimostrare che ogni essere umano ha qualcosa da dire. Viaggiatore e scrittore, Simone è laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi sulla percezione della diversità. L’isola che non c’è è la rubrica ispirata all'omonimo brano di Edoardo Bennato e sostiene l’esistenza di un mondo che offre a tutti la possibilità di mettersi in gioco, di riflettere sul senso della vita, di comprendere che non bisogna dare per scontato nulla e di trovare da sé la chiave di lettura che consente di analizzare ogni aspetto della vita che Honoré de Balzac chiamava: “La Commedia Umana”.