Facciamo squadra. È l’unico modo per vincere la sfida che stiamo affrontando

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Se si volesse comprendere a pieno la sottigliezza del filo di lana a cui è appesa l’economia italiana, occorrerebbe prestare molta attenzione alle parole di liberi professionisti ma soprattutto di artigiani, musicisti, albergatori e ristoratori poiché proprio questi, sono coloro che più di tutti hanno subito gli effetti “atomici” del Covid e di una classe politica che si potrebbe definire approssimativa (per usare un eufemismo). Sicuramente, manifestare alle porte di Palazzo Montecitorio creando un’atmosfera paragonabile per certi aspetti a quella vigente durante gli anni di piombo, è poco produttivo, poiché come disse Papa Giovanni Paolo II: “la violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno diminuisce le loro drammatiche conseguenze”; così come è poco produttivo ricorrere alla violenza, è altrettanto poco produttivo e poco educativo non indossare la mascherina e non rispettare i distanziamenti; probabilmente, anzi sicuramente, l’essere in balia di una tempesta che trascina con sé tutto e tutti senza alcuna distinzione, non aiuta e non incentiva comportamenti razionali. Questo regno del terrore presieduto da un Robespierre tanto invisibile e pericoloso quanto microscopico, ha costretto molte persone a chiudere definitivamente, a subire lo sfratto perché impossibilitate a pagare l’affitto, a chiedere un prestito e persino a vendere la propria auto e la propria casa per permettere ai propri cari di non perdere l’ultima cosa che ancora rende “uomini”: la dignità; ma soprattutto ha spinto molte persone a battersi per ricevere il supporto di uno Stato che tutt’oggi, purtroppo, non riesce a fornire una risposta concreta e che schiavo dell’incertezza tentenna e temporeggia su molte cose, ignorando come dimostrato anche da alcuni suoi rappresentanti assetati di potere, e bramosi di visibilità, che è in atto da più di 12 mesi una pandemia psico-sociale tra adulti, adolescenti e giovani e di cui forse se ne sottovalutano gli effetti.

La situazione venutasi a creare è il prodotto di fattori di una complessità e di una gravità tale da rimandare a quanto accadde in Francia nel 1789 quando il popolo, ormai frustrato dall’impoverimento culturale, economico e sociale scese nelle piazze per far sentire la propria voce (anche con metodi poco ortodossi) ad una classe politica che secondo quanto si racconta non esitò affatto ad invitare un popolo affamato ad accontentarsi delle brioches. In occasione della Rivoluzione francese, a venire ghigliottinati in seguito ad una vituperata e ingiustificabile indifferenza, furono Luigi XVI e Maria Antonietta, ma ora come ora se “corsi e ricorsi storici” dovessero ripetersi, a venire ghigliottinati sarebbero i sacrifici di nonni, padri e madri e i sogni di giovani che hanno come unico obiettivo quello di costruirsi un futuro che valga la pena di essere vissuto. Chi vivrà vedrà, si diceva una volta… esisterebbero anche detti contrastanti ma è meglio cercare di aggrapparsi a qualche residuo di ottimismo poiché: “l’ottimismo è il profumo della vita”. La cosa migliore da fare per risollevare le sorti del nostro Paese sarebbe quella di comportarci come se appartenessimo tutti alla stessa squadra o cercare di ritornare nel 1982 o nel 2006, quando le uniche grida e le uniche lacrime a lasciare il segno furono quelle di Marco Tardelli e di Fabio Grosso le quali, avevano come fine ultimo quello di dimostrare che, anche l’avversario più ostico può essere sconfitto se si è determinati e se si cerca di scorgere la luce della speranza anche nelle notti che appaiono più buie.

Simone Andrani

FONTESimone Andrani
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Orgogliosamente disabile, Simone è attento ai diritti e ai doveri morali. Ama la vita ed è determinato a dimostrare che ogni essere umano ha qualcosa da dire. Viaggiatore e scrittore, Simone è laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi sulla percezione della diversità. L’isola che non c’è è la rubrica ispirata all'omonimo brano di Edoardo Bennato e sostiene l’esistenza di un mondo che offre a tutti la possibilità di mettersi in gioco, di riflettere sul senso della vita, di comprendere che non bisogna dare per scontato nulla e di trovare da sé la chiave di lettura che consente di analizzare ogni aspetto della vita che Honoré de Balzac chiamava: “La Commedia Umana”.