Figli delle stelle. Simone Andrani intervista Francesca Rizzo

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Verso la fine del 1800, il criminologo Cesare Lombroso, all’epoca docente presso l’Università degli studi di Pisa, partorì una serie di bizzarre teorie (“bizzarre” giusto per essere signorili) secondo cui i meridionali non potevano essere considerati al pari dei settentrionali poiché predisposti sia moralmente che

anatomicamente a essere dei criminali, teorie che con il passare del tempo sono state smontate come fossero mobili dell’Ikea da “terroni” illuminati che hanno portato onore alla loro terra e al Mezzogiorno in generale; tra questi si annovera in ultima battuta Francesca Rizzo, astrofisica originaria di Casarano, che ha attirato l’attenzione d’importanti riviste scientifiche come «Nature», per aver scoperto una galassia molto simile alla Via Lattea in seguito a uno studio cosmologico condotto per conto del “Max Planck Institute” di Monaco di Baviera.

Ma andiamo a conoscere meglio Francesca con qualche domanda…

Quali sono state le tappe che ti hanno portato al Max Planck Institute di Monaco di Baviera?

«Dopo aver frequentato il Liceo scientifico “G.C. Vanini” di Casarano, mi iscrissi al corso di laurea triennale di fisica dell’Università di Pisa, essendo, però, fortemente combattuta tra lo studiare astrofisica e lo studiare fisica o altre discipline correlate ad essa; difatti accadde che il secondo anno di corso mi appassionai alla fisica delle particelle, dunque ai neutrini e a tutto ciò che riguarda gli acceleratori di particelle su cui opera il CERN di Ginevra; all’ultimo anno della triennale, tuttavia, mi resi conto di avere una certa predisposizione per l’astrofisica pur non avendo seguito alcun corso specifico. Terminati gli studi mi trasferii a Bologna, dove passai dal frequentare corsi di astronomia relativi a cose “piccolissime” come le stelle, al frequentare corsi di cosmologia inerenti a cose grandissime e “antichissime” come le galassie. I sacrifici fatti in quel di Bologna hanno però dato i loro frutti perché quando iniziai il dottorato, mi ritrovai a studiare non più galassie vicine, ma galassie molto lontane, la cui analisi è fondamentale non solo per provare a cercare di dare delle risposte alle miriadi di domande sulla formazione delle stesse e nello specifico della nostra Via Lattea, ma anche per avere un’idea più chiara della fisionomia dell’universo.

Il dottorato per me, come per chiunque altro sogni o sognasse di fare carriera nell’ambito della ricerca scientifica o in generale in Accademia, è stato ed è un passaggio chiave soprattutto per l’acquisizione di una certa maturità e una certa fiducia nei mezzi di cui si dispone. Proprio questa fiducia acquisita mi spinse a inviare il curriculum anche ai più rinomati istituti di ricerca europei. Fu così che ricevetti un’offerta dal Max Planck dove vi era la Dott.ssa Simona Vegetti che si propose di divenire il tutor del mio dottorato poiché mossa da anni dal desiderio di trovare qualcuno che si occupasse di cinematica, argomento su cui avevo lavorato per la tesi magistrale. Ecco, dunque, che dopo qualche mese mi trasferii a Monaco di Baviera, dove ha sede l’Istituto».

Da cosa deriva la passione per l’astronomia? C’è stato qualcosa che ha instillato in te il desiderio di scoprire cosa ci sia là fuori?

«Sin da piccola sono sempre stata attratta dalle scienze, in particolare dalla fisica, sia perché ho sempre letto tanti libri di divulgazione, sia perché ho sempre pensato che il porsi delle domande su ciò che ci circonda e il cercare di trovare delle risposte rappresentino un tratto distintivo di noi umani che abbiamo il diritto, se non il dovere, d’interrogarci (anche solo guardando il cielo stellato di per sé custode d’innumerevoli misteri) sulla nostra esistenza e sui fenomeni che sono per essa fondamentali. Sostanzialmente sono state la curiosità e la passione per “l’universo scientifico” a definire il mio passato, il mio presente e il mio futuro».

Com’è stato scoprire una galassia “sosia” della Via Lattea e ritrovarsi su una rivista scientifica del calibro di «Nature»?

«È stato molto bello ed emozionante, anche se sinceramente un po’ mi aspettavo di trovare qualcosa di nuovo dato che era la prima volta che si osservava una galassia così distante in ogni suo dettaglio fisico ed estetico. Non nascondo che la scoperta fatta ha comportato una certa fatica poiché, galassie come quella che ho avuto modo di osservare, sono estremamente piccole e la luce che esse emanano è molto fioca considerata la distanza a cui si trovano. Questo lo si deve al fatto che spesso può succedere che la luce di una galassia di piccole dimensioni, posta dietro una galassia di grandi dimensioni si fletta per via della deformazione dello spazio-tempo, rendendo quest’ultima più luminosa e facilitando di conseguenza il lavoro di osservazione di noi scienziati; tale fenomeno prende il nome di “lensing gravitazionale” e può essere per certi versi paragonato a ciò che succede alla luce di una candela nel momento in cui si avvicina a essa una lente d’ingrandimento».

Considerato che nel 2006 degli scienziati hanno scoperto un pianeta simile alla Terra e che tu e la tua equipe nel 2020 avete scoperto una galassia simile alla nostra Via Lattea, è possibile che in qualche angolo di universo vi siano esseri viventi simili a noi?

«Credo che sia molto probabile… più che altro ci spero, perché mi rifiuto di pensare che l’universo e tutto ciò che ci circonda sia stato creato solo per noi, sarebbe davvero un peccato se questo corrispondesse a verità. Affermare di essere soli nell’universo significa difettare di superbia e incentivare l’umanità intera a sposare nuovamente quelle fantasiose teorie spazzate via da Galilei e Copernico».

Avresti qualcosa da dire a giovani e non?

«Vorrei invitar loro a non aver paura di credere in sé stessi e nelle proprie scelte; in aggiunta vorrei esortarli a non guardare alla matematica o alle scienze come delle cose a sé stanti e utili esclusivamente a sostenere una qualsiasi prova d’esame, ma a considerarle come strumenti in grado di dare ordine al mondo e di fornire a tutti noi i mezzi necessari a decodificare la realtà, dunque a farci acquisire consapevolezza di ciò che accade attorno a noi. A mio modesto parere, la matematica (al pari delle altre discipline) è un ostacolo tutt’altro che insuperabile (al contrario di quanto molti possano credere). Per far sì che essa non appaia come un muro invalicabile, risulta fondamentale l’impegno nel superare i propri limiti e altresì la fortuna nel trovare insegnanti che ti trasmettano l’amore per la materia e ti permettano di cogliere la vera essenza della stessa».

Termina così una chiacchierata molto interessante e di significativo valore. Se si legge tra le righe di quanto affermato da Francesca, si viene catapultati nel 1989 anno di uscita nelle sale cinematografiche de “L’attimo fuggente”, film il cui protagonista, il Professor John Keating – interpretato da Robin Williams – in uno dei suoi meravigliosi discorsi agli studenti della classe in cui insegnava letteratura, affermava: «Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma sono la poesia, la bellezza, il romanticismo e l’amore a tenerci in vita».

Il discorso del Professor Keating è funzionale a dire che sebbene la matematica, il diritto, la storia e qualsiasi altra fonte di sapere consentano di dare ordine al caos, a renderci esseri umani sono la poesia e la bellezza insita nelle cose e l’amore e la passione per esse; la volontà e la capacità di cogliere la vera essenza delle cose unite all’innamoramento per le stesse, inducono (o quantomeno dovrebbero indurre) tutti noi a non smettere mai d’interrogarci su cosa eravamo in passato, su cosa siamo oggi e su cosa saremo domani, ma anche e soprattutto a non farci smettere di sognare perché come recitano degli scritti shakespeariani: *«Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni».

Il farsi delle domande in virtù di ciò che si prova anche solo alzando lo sguardo verso il cielo e il sognare sono tratti caratteristici di noi umani, poiché, parafrasando una celebre canzone degli anni ’70 di Alan Sorrenti, potremmo definirci come… figli delle stelle ed eroi di un sogno.

P.S. Dedico questo articolo a Tomasina, che con coraggio e forza ha sempre affrontato la vita e che ora è tra le stelle.

Simone Andrani

* W. Shakespeare,”La tempesta”, atto IV, scena I

FONTESimone Andrani
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Orgogliosamente disabile, Simone è attento ai diritti e ai doveri morali. Ama la vita ed è determinato a dimostrare che ogni essere umano ha qualcosa da dire. Viaggiatore e scrittore, Simone è laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi sulla percezione della diversità. L’isola che non c’è è la rubrica ispirata all'omonimo brano di Edoardo Bennato e sostiene l’esistenza di un mondo che offre a tutti la possibilità di mettersi in gioco, di riflettere sul senso della vita, di comprendere che non bisogna dare per scontato nulla e di trovare da sé la chiave di lettura che consente di analizzare ogni aspetto della vita che Honoré de Balzac chiamava: “La Commedia Umana”.