Il Darjeeling e il pensiero riflessivo

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Il darjeeling e il pensiero riflessivo
Foto: Rajib Ghosh

Il Gielle Tea Garden è un giardino del tè situato tra gli 800 e i 1200 metri a nord dell’India, non distante dal collo che Nepal e Bangladesh formano in quel punto della mappa.

I tè di questa zona sono chiamati Darjeeling per via delle montagne omonime che danno temperatura e umidità ideali alla camellia sinensis e che creano quello che viene generalmente chiamato lo champagne del tè.

Più precisamente, quello che ho tra le mani è un FTGFOP1 First Flush rigorosamente Biologico. Un primo raccolto primaverile delle primissime foglie apicali della pianta che forniscono alla bevanda un gusto rotondo, fortemente aromatico, deciso e unico.

Darjeeling, lo champagne del tè

Sorseggio un’abbondante tazza di questo fantastico tè e penso che la natura ha previsto tutto affinché io possa beneficiare di questo privilegio. A tutti i livelli.

Innanzitutto ha reso le montagne del Darjeeling il punto ideale dove far crescere queste piante. Ha permesso che la compagnia delle Indie potesse far arrivare in Europa queste foglie. La natura ha obbligato l’uomo a trattare con i guanti bianchi queste foglioline.

Ancora, è stata magnanima affinché la quantità di questo tè sia sempre abbondante.

Quando si parla di giardino del tè in India, ci si riferisce a terreni che facilmente superano i 500 ettari di estensione, mica un giardino sotto casa.

La natura però non può arrivare a prevedere e risolvere tutto; l’uomo deve metterci del suo. A iniziare dal rispetto nei confronti di essa, a tutelare le diversità e a valorizzarla, a creare un circuito economico e sociale per permettere a se stesso di godere di una buona tazza di tè e perché no, di guadagnarsi da vivere con la sua attività.

Insomma, la natura serve l’uomo che deve servire la natura, in un corto-circuito senza fine che permetta di alimentare il sistema e farlo camminare da sé.

Dicevo, sorseggio una tazza di Gielle e penso. Penso perché ho il tempo di riflettere. Perché preparare una tazza di tè presuppone un rituale che solo avendo un po’ di tempo a disposizione si può appagare. Bisogna prendere l’acqua, la nostra, possibilmente decantata e metterla a bollire. Nel caso del Darjeeling essa deve raggiungere i 100 gradi per metterci dentro le foglie. Una volta dentro, occorre attendere 3 minuti, non uno di meno, non uno di più. Se troppo poco la caffeina viene liberata subito ma non il gusto della bevanda. Se troppo invece, il sapore aspro prenderebbe il sopravvento sul gusto che il darjeeling dovrebbe avere.

L’infusione del darjeeling deve durare esattamente tre minuti

Dopo i 3 minuti la bevanda è ancora davvero troppo bollente per portarla alla bocca. Così, si è costretti ad attendere ancora. Questo tempo serve a osservare e riflettere. Si osserva il colore, si annusa il profumo, si riflette e si pensa. Si può cominciare a sorseggiare, in piccolissime quantità, non prima di 5 minuti dopo averla versata (io uso bicchieri con il doppio fondo per mantenere il caldo più a lungo possibile).

E nel frattempo continuo a pensare, a riflettere sulla vita, su ciò che sono, su ciò che sto diventando e su cosa mi riserva il futuro. I miei pensieri si corroborano del profumo di questo darjeeling fantastico e mi stimolano a continuare a riflettere. Non nascondo che talvolta mi accorgo che la temperatura della bevanda è scesa oltre il limite che mi ero posto e sono costretto a bere un abbondante sorso per farmi tornare alla realtà. Chi l’avrebbe mai detto che il tè può essere così inebriante?

Ecco, con questo spirito nasce la rubrica Degustibus. Dalla mia passione per il tè e dalla voglia di pensare ad alta voce, buttando giù due righe ogni volta che mi metto a pensare sulla vita, sulle cose del mondo, su chi mi sta intorno, e su tutto ciò che in quel momento transita dai miei neuroni.

E quale compagno migliore per questa navigata pseudo-intellettuale metaforica, se non una buona tazza di Darjeeling?