Il modo di Cesca di prendere la vita e la musica. Intervista alla cantautrice di Novoli

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Francesca De Nigris
Francesca De Nigris

di Maria Antonella Calà

Cesca voce del verbo cescare, indica un modo di prendere la vita. Non si tratta di una nuova parola del dizionario ma di Francesca De Nigris, in arte Cesca, classe ’94, originaria di Novoli, che racconta il suo modo di essere una cantautrice contemporanea, ma immersa negli anni ‘80.

Come descriveresti il processo creativo delle tue canzoni?

«Di base vivo, quindi quello che vivo lo riporto nelle mie canzoni, voglio lasciare parti di me, dare valore alla mia vita attraverso la musica. Il processo creativo non è altro che vivere, soffrire, ridere. Quando scrivo cerco le parole giuste per far entrare chi ascolta nel mio mondo e farlo sentire comunque a casa, dove casa raccoglie quei sentimenti che ti fanno sentire parte di qualcosa. I testi delle mie canzoni partono dal mio vissuto perché riporto la mia storia, cercando di essere quanto più di diretta possibile».

Da chi trai ispirazione?

«Mi piacciono tanti generi musicali e tanti cantanti, da Willy il Peyote e Ghemon a Lucio Battisti, a Lucio Dalla, a Pino Daniele, ai Pink Floyd, ai Queen, alle Spice Girls, al rock di Gianna Nannini, a Rita Pavone; ma la mia canzone in assoluto è Io sono il vento Marino Marini. Comunque mi ispiro soprattutto alla disco anni ‘80, mi piacciono i suoni dei The Purple Disco Machine. Prendo quel mood anni ‘80 rendendolo attuale, e cerco di farlo in una maniera differente, riportando una storia vera che è la mia. La scrittura e le parole viaggiano insieme a me, sono cresciute, si sono evolute ma senza perdere la casa. Casa per me è la musica che c’è stata a casa mia, quella di mio padre, e oggi quella dei miei fratelli. A casa suoniamo nell’umido di un garage, se non mi uccide l’umidità potrò portare avanti i miei progetti».

Quanto è importate la famiglia nella tua musica?

«La mia prima volta sul palco è stata a 11 anni insieme a papà, fu così che scrissi la mia prima canzone. Poi sono stata a Bari, a Lisbona, ho studiato lingue e quando sono tornata a casa, mio padre era malato, dovevo reggere la casa, diventare la casa, nonostante io l’abbia sempre portata con me ovunque. Ero cresciuta, ma con la presunzione di poter stare senza casa, mi dicevo è meglio fuori, ma come casa mia ce ne sono davvero poche, qui ho imparato ad aprire il cuore, a raccontare di morte, sofferenza, malattia, felicità, sesso, perversione. Anche quando uscivamo, mio padre portava sempre la chitarra, una volta ci hanno dato delle monetine per strada e noi abbiamo offerto a tutti da bere. Fondamentale è stata mia madre che ha sempre creduto in me nonostante le difficoltà, dice sempre il modo lo troviamo sempre. Ognuno di noi ha bisogno della propria casa, che sia vera o irreale, l’importante è che ti faccia sentire al sicuro. Voglio ritornare a quella autenticità di parole che gli anni ‘80 hanno perché in quegli anni stava esplodendo tutto, era un momento di grande crescita, di forza, si lottava veramente per le proprie idee. Oggi lottiamo per essere noi stessi, ma per esserlo dobbiamo essere qualcun altro conformandoci. Sono orgogliosa quando mi dicono che sono originale non quando mi dicono brava».

Come ti definiresti?

«Sono una persona molto colorata, il nero non mi sta bene. Dipingo il mio mondo con i suoni e le parole, cerco di dare colore alle parole e al mondo attraverso le parole. Associo alla musica la capacità di saper trovare i colori anche quando si è nel buio. Mio padre anche in un lettino di ospedale ha suonato la chitarra, sapeva che sarebbe stata la sua ultima volta, e dopo che ho visto quella forza non posso lasciarmi andare».

Come sono nati i singoli Plutone e Tango #11?

«Sono nati nel periodo più brutto della mia, sono soddisfatta dei mie piccoli passi. Si tratta di 2 singoli autoprodotti, tutti homemade, grazie all’appoggio di Frank Filograna e dei miei fratelli. Comunque non sarò mai soddisfatta, ho bisogno sempre di scrivere e fare cose nuove per migliorarmi. La musica è un processo salvifico, ho scritto Plutone perché me la sono presa proprio con il pianeta, che viene spesso associato ad una forte energia distruttiva, alla morte, alla perdita. Noi guardiamo al cielo al divino, ci hanno abituati a farlo, aspiriamo a qualcosa che sia diverso dall’umano, ma siamo noi ad aver creato il divino, siamo noi ad essere divini. Con Plutone ho trovato la mia scusa, come a dire non farai di me quel vuoi, ma ora lo faccio io. Questo è l’unico modo per restare concentrata sulla necessità di vivere a modo mio: scrivere, lavorare, fare musica. Ho messo in pausa il mio cuore, i miei affetti, ho bloccato il mondo esterno. Ho necessità di bloccarmi per proteggere dal mondo la mia luce interiore. La meditazione ha bisogno di assenza di movimento corporeo, devi lavorare sui pensieri, sviscerare la tristezza e la felicità. Non vuol dire non uscire mai, ma distaccarsi dalle cose che gli altri vogliono per diventare quel che si è».

Perché Tango #11 si intitola così?

«Perché l’11 è il numero di nascita mio e di mia mamma, è il ballo della vita. Questa canzone è dedicata a lei. Nella vita bisogna andare in sincrono, aspettarsi, non schiacciarsi i piedi e restare al fianco di chi si vuole bene, come le mie amiche che hanno attraversato il dolore insieme a me. Quell’amore mi ricorda mia madre. Con Tango #11 ho voluto ringraziare le persone che mi sono state accanto».

Hai nuovi progetti nel cassetto?

«Ho aperto diverse collaborazioni per l’anno che verrà, ho in mente anche un album dedicato alle tradizioni popolari, voglio riscattare il dialetto di Novoli. Al momento mi sto adattando prima di arrivare dove voglio. Tutto dipende dalle possibilità che ho e che mi sto aprendo. Vado in giro a suonare le cover in live, ma il progetto Cesca non è in live, è in digitale. Ho in mente anche concerti live ma ho bisogno di creare un gruppo. Quello che sta per venire è totalmente diverso, nuovi suoni, nuove collaborazioni, ma sempre con la mia nostalgia degli anni ’80. Il recupero di quegli anni per me non è una questiona di moda, ma qualcosa di viscerale».

FONTEMaria Antonella Calà
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