Il serpente nell’immaginario salentino e meridionale

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Rituale di accoppiamento di due biacchi. Foto: Fabio Tosi
Rituale di accoppiamento di due biacchi. Foto: Fabio Tosi
Lo stemma del Comune di Casarano

«Color porpora, al pino d’Italia, di verde, frustrato al naturale, nodrito nella campagna diminuita, d’oro, accollato dal serpente di verde, di tre spire, con la testa rivoltata, posta a sinistra del tronco, con la coda caricante la campagna diminuita. Sotto lo scudo, su lista bifida e svolazzante di porpora, il motto, in lettere maiuscole di nero ESTOTE PRUDENTES SICUT SERPENTES. Ornamenti esteriori di Città».

È la descrizione dello stemma della Città di Casarano così come compare nel Decreto del Presidente della Repubblica del 4 febbraio 1993.

Il motto è conosciuto: «Estote prudentes sicut serpentes» (Siate prudenti come i serpenti), ma in pochi conoscono la sua origine. Esso, infatti, è tratto dal Vangelo di Matteo (10, 16) e nella sua forma completa recita: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe».

Questo passo del Vangelo appartiene al cosiddetto “Discorso apostolico”: dopo avere scelto i dodici apostoli da inviare in missione per predicare il suo messaggio, compiere esorcismi e guarire malattie, Gesù dà loro le istruzioni a cui attenersi, gli preannuncia le persecuzioni e li invita al coraggio. Gesù li rende consapevoli che lui sarà causa di dissensi e che seguirlo comporterà delle scelte radicali.

Il simbolo del serpente compare più volte nella Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, e la sua valenza appare, di volta in volta, positiva o negativa. La sua prima apparizione – com’è noto – è nel Giardino dell’Eden, dove tentò Eva con la promessa della conoscenza del bene e del male, convincendola a disubbidire a Dio. L’animale è identificato subito dalla sua scaltrezza: «Ora il serpente era il più astuto di tutte le fiere dei campi che il Signore Dio aveva fatto» (Gen. 3,1).

adamo ed eva cattedrale di otranto
Adamo ed Eva nel mosaico della Cattedrale di Otranto. Foto: Ravi Sintra

Più avanti, lo stesso simbolo compare nell’Esodo, quando il bastone di Mosè si trasforma in un serpente (Es. 4,2-4).

Nel libro dei Numeri esso appare come un simbolo ambivalente, di morte ma allo stesso tempo di guarigione: «Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d’Israeliti morì. Allora il popolo venne a Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti”. Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita”.

Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta;

quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita» (Num. 21,6-9).

Nel Nuovo Testamento, nel Vangelo di Giovanni, il simbolismo del serpente guaritore viene ripreso per parlare del sacrificio di Cristo: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv. 3, 14-15).

Ma l’immagine più nota che si ha del serpente nella religione cristiana è quella di esso schiacciato sotto i piedi di Maria: Ella, concepita senza peccato originale, Madre del Dio incarnato, seconda Eva, gli schiaccerà la testa invece di ascoltarlo. Sebbene, dunque, i testi sacri documentano i due aspetti – positivo e negativo – del simbolo, la cristianità ha sempre considerato solo l’aspetto negativo e maledetto del serpente.

Negli Atti degli Apostoli è Paolo il protagonista di un famoso incontro col rettile: mentre egli «raccoglieva un fascio di rami secchi e li poneva sul fuoco, ne uscì fuori una vipera, risvegliata dal calore, e gli si attaccò alla mano. […] Ma Paolo, scossa la bestia nel fuoco, non ne patì alcun male» (At. 28, 3-5). È proprio a questo episodio evangelico che si deve l’abile innesto, da parte del clero controriformista, del tarantismo pagano – caratterizzato dall’esorcismo coreutico-musicale, attraverso l’azione di musica, danza e colori – sul culto cristiano dell’Apostolo delle Genti, il quale divenne protettore delle tarantate (avviando, peraltro, l’antico culto a un lento processo di disgregazione. cfr. E. de Martino, 2013, pp. 126-142).

In ogni caso, il serpente rappresenta un simbolo potente, presente in molte culture e non solo in quella cristiana; questo perché esso «si distingue da tutte le specie animali, come l’uomo, ma nel senso contrario.

Se l’uomo è il risultato di un lungo sforzo genetico, bisogna necessariamente porre questa creatura fredda, senza zampe, né peli, né piume, all’inizio dello stesso sforzo. In questo senso l’Uomo e il Serpente sono gli opposti, i complementari, i Rivali» (Chevalier, Gheerbrant 2011, p. 358).

Il serpente è un animale che, per le sue caratteristiche, ha colpito e stimolato continuamente l’immaginario umano, penetrando nel folklore e nella mitologia di vari popoli.

Ad esempio, il suo veleno è associato al potere di guarire, avvelenare oppure donare una coscienza superiore, la lunga vita o l’immortalità; il suo cambiare pelle lo rende, poi, un simbolo di rinnovamento e rinascita.

Ma torniamo all’araldica dei comuni salentini. Molto spesso, gli stemmi delle città si richiamano ai loro nomi: un toro per Taurisano, un castello per Castrignano (dei Greci e del Capo) e per Castro, tre case per Tricase, ecc.

Ma cosa ha a che fare il serpente con Casarano?

Esso sarebbe da associarsi alla tempra dei Casaranesi, noti per la loro saggezza ed astuzia. Ma c’è di più: nel linguaggio dialettale, una specie molto comune ma altrettanto innocua di serpente, il cervone (spesso, purtroppo, confuso con la più temibile vipera) prende il nome di sacàra o casàra.

Ecco, dunque, emergere, anche nel nostro caso, un legame etimologico che lega il nome del luogo al suo simbolo araldico.

Nel Salento, proprio il cervone, è protagonista di molte credenze e leggende, un tempo assai diffuse nel mondo tradizionale contadino. Si crede, ad esempio, che questo rettile possa raggiungere un’età molto avanzata, anche secolare, e che una volta invecchiato subisca una metamorfosi, con la comparsa di un corno sul muso e di piume sulla sommità del capo.

Secondo un’altra credenza popolare (molto diffusa anche in territori diversi dal nostro), questo rettile sarebbe in grado, una volta penetrato di notte in casa, di introdursi – attraverso la punta della coda – nel corpo di un neonato per poter succhiare, al suo posto, il latte dalle mammelle della madre. Questo serpente, inoltre, è anche noto come ‘mpasturavacche, poiché, dopo essere penetrato in una stalla, sarebbe in grado di immobilizzare con le sue spire le zampe delle mucche per poterne poi comodamente attingere il latte.

Cervone (Elaphe q. quatuorlineata) - Foto: Carlo Catoni
Cervone (Elaphe q. quatuorlineata) – Foto: Carlo Catoni


Un’altra specie di serpente molto diffusa nel territorio salentino è il biacco, localmente conosciuto come scurzune o serpe niuru.

Una delle leggende che più colpisce è quella riguardante il suo lungo rituale d’accoppiamento, durante il quale i due serpenti si avvinghiano e si attorcigliano in una affascinante danza amorosa.

Rituale di accoppiamento di due biacchi. Foto: Fabio Tosi
Rituale di accoppiamento di due biacchi. Foto: Fabio Tosi

Osservando due serpenti intenti in questo rituale e schernendoli pronunciando la frase “lu monicu cu la monaca” si incorrerebbe nella loro tremenda ira; questi, sollevandosi “in piedi”, non esiterebbero minimamente ad inseguire ed attaccare il loro disturbatore.

Anche nel resto d’Italia, specie nel Meridione, sono presenti numerose leggende e pratiche cultuali legate ai serpenti.

In alcune zone della Sicilia è diffusa la leggenda della Biddrina, un gigantesco serpente che vive nascosto presso le fonti e le paludi e riesce ad attirare i malcapitati che passino da quei luoghi incantandoli con lo sguardo.

Il Cervone è poi il protagonista della festa dei Serpari di San Domenico, che si tiene ogni 1° maggio a Cocullo, in Abruzzo.

Qui, ogni anno, si celebra un antichissimo rito.

La statuta di S.Domenico in processione a_Cocullo. Foto: Ewa Hermanowicz

Alla fine di marzo i serpari si recano fuori paese in cerca dei serpenti; questi, una volta catturati, vengono custoditi con attenzione in scatole di legno, nutrendoli con topi vivi e uova sode. Il giorno della festa, a mezzogiorno, inizia la processione della statua del santo per le vie del centro storico, completamente invasa dalle serpi.

Al termine della festa, i rettili vengono poi riportati nel loro habitat naturale. La festa conserva un chiaro simbolismo pagano, con probabili residui dell’antico culto della dea Angizia, associata al culto dei serpenti, divinità delle arti curative e delle guarigioni; con l’avvento del Cristianesimo, il culto della dea venne sostituito da quello di San Domenico, santo che protegge dal mal di denti, dai morsi dei rettili e dalla rabbia; permanse, tuttavia, come spesso accade – seppur rielaborato e rifunzionalizzato – l’arcaico simbolo mitico-rituale del serpente.

Bibliografia: J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, BUR Rizzoli, 2011 E. de Martino, La terra del rimorso, Il Saggiatore, 2013 [I ed. 1961] U. Ferrero, I Serpenti Salentini tra leggenda e realtà, in «Tarantonatura»

Link utili:
Specie più diffuse di serpenti nel Salento: fondazioneterradotranto.it
Sui Serpari di Cocullo: folclore.eu