La collina del Manfio, tra storia e natura

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Luogo di bellezze naturalistiche e paesaggistiche, di monumenti d’importanza storica e archeologica, la collina del Manfìo è posta sul confine tra tre comuni, quello di Casarano, quello di Taurisano e quello di Ruffano.

Siamo a 170 metri sul livello del mare e da qui si può osservare un vasto panorama che spazia per tutta la valle di Ottaviano, delimitato all’orizzonte dalla striscia argentea del mar Ionio. Nei giorni senza foschia, perfino l’isola di Sant’Andrea, al largo di Gallipoli, appare visibile ad occhio nudo e nelle notti la luce del suo faro appare all’orizzonte.

Il paesaggio è quello della macchia mediterranea, derivato dalla degradazione dell’originaria di foreste costituite da querce arboree d’alto fusto come il leccio e la vallonea. Il mirto, il lentisco, il viburno, il cisto villoso, la ginestra, la quercia spinosa, rare orchidee e altre piante tipiche dell’habitat mediterraneo collinare, offrono riparo a numerose specie animali, spesso anche rare, come serpenti (bisce, vipere, cervoni), gli splendidi ramarri, diversi rapaci notturni (civette, assioli e i più rari allocchi), volpi, ricci e forse anche cinghiali e lupi, che oggi sempre più spesso fanno capolino nei luoghi più incontaminati del Salento. Insomma, una vasta finestra sulla biodiversità della nostra terra da tutelare ad ogni costo.

La Cripta del Crocifisso della Macchia

Il luogo storicamente più importante della collina del Manfìo è la Cripta del Crocifisso della Macchia. Si tratta di un ambiente ipogeo naturale trasformato in luogo di culto in età Bizantina (forse a partire dall’XI secolo). Degli affreschi bizantini oggi si conservano labili tracce, al di sotto degli affreschi più recenti.

Dal 1390 risulta proprietà dell’ospedale di Galatina, gestito dapprima dai Frati Minori Osservanti e poi dagli Olivetani che nel 1494 lo ricevettero dagli Aragonesi insieme alla chiesa di Santa Caterina d’Alessandria. A partire da quest’epoca venne introdotto il culto di Santa Costantina e vennero realizzati gli affreschi ancora oggi visibili. Tra questi ricordiamo la Trinità effigiata su di un pilastro (datata 1615), gli otto riquadri raffiguranti la vita di Sant’Onofrio (esempio per vita anacoretica dei monaci qui dimoranti), una rappresentazione del peccato originale di Adamo ed Eva. Si notano poi le figure di alcuni santi: Sant’Elena, S. Eligio, Santa Costantina, S. Antonio Abate e S. Vito.

Dietro il semplice altare centrale, la cripta di prolunga in due diramazioni: la più lunga, a sinistra, ha forse ospitato le sepolture dei monaci; la più breve, a destra, termina con una volta naturale affrescata con motivi decorativi. Sulla parete di fondo prende posto una splendida Crocifissione palinsesta, dipinta su una sporgenza sagomata nella roccia: una splendida sintesi tra pittura e scultura. In alcuni periodi dell’anno, corrispondenti alla festa dell’Inventio Crucis (3 maggio) e a quella dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre), la luce solare penetra nel fondo della grotta, investendo con i raggi la figura del Cristo (v. A. Lupo, A. De Bernard, M. Cazzato 1998)

Il culto verso il Crocefisso della macchia raggiunge il suo climax tra Seicento e Settecento, epoca di massimo splendore di questo complesso monastico e in cui sono testimoniati numerosi miracoli. Tra questi si ricorda quello dell’8 Febbraio del 1688 che permise ai cinque componenti di una famiglia di Supersano di uscire illesi dal crollo della propria abitazione (ivi).

Anche se con alti e bassi, la devozione verso il Crocefisso della Macchia è continuata ininterrotta fino a giorni nostri, come dimostra anche l’affresco ex-voto del Redentore sull’ingresso della cripta, realizzato nel 1944, e corredato da una lapide che recita: “Al re della pace i fedeli a perenne ricordo per lo scampato pericolo della guerra. A.D. 1944”.

Immediatamente al di sopra della cripta, sono ancora visibili i resti dell’antico cenobio appartenuto, negli ultimi secoli di attività, ai monaci Olivetani. All’interno di questo, spicca un capitello con tre figure mostruose, chiaro avvertimento sulla caducità della vita, sui pericoli della tentazione e sulle conseguenze dei propri peccati.

Le altre grotte

Il territorio delle Serre Salentine è un territorio fortemente carsico. Numerosi sono, infatti, i segni lasciati dallo scorrere millenario delle acque che hanno modellato la dura roccia calcarea: doline, grotte e caverne, vore e inghiottitoi. Sulla collina del Manfìo sono presenti, oltre alla grotta del Crocefisso, diverse cavità. Tra queste la più importante è grotta della Trinità o dell’Eternità (oggi in proprietà privata). Luogo frequentato sin dagli albori della civiltà umana, la grotta ha restituito, durante gli scavi archeologici, reperti risalenti all’età Eneolitica; in epoca Messapica fu poi sede di un importante santuario, come testimoniano i resti di numerose ceramiche. Infine, gli affreschi ancora oggivisibili costituiscono un’importante testimonianza di questa cavità come luogo di culto in età Medievale (cfr. E. Ingravallo 1997. I reperti sono conservati al Museo Castromediano di Lecce).

A poche decine di metri dalla Cripta del Crocefisso si aprono, invece, altre due cavità naturali, censite nel Catasto Grotte della Puglia. La prima è nominata Grotta Santa Lucia: si tratta di una piccola grotta con ingresso orizzontale; la seconda è chiamata Grotta Loredana e presenta uno sviluppo complessivo più ampio (v. Catasto grotte Puglia). Entrambe le grotte non hanno restituito, almeno allo stato attuale delle conoscenze, reperti; tuttavia potrebbero essere state sporadicamente utilizzate dall’uomo come luogo di ricovero o deposito.

Il paesaggio della pietra

«Il signore per dar forma all’anima salentina scelse la pietra. 

Dalla roccia veniamo e vi torniamo. Pietra siam

Queste parole di don Paolo Santacroce, enigmatico personaggio del romanzo Finibusterre di Luigi Corvaglia (1936, p. 228), descrivono in maniera molto forte il rapporto di simbiosi tra la popolazione salentina e la pietra; pietra che da sempre è stata utilizzata dai nostri avi per far fronte alle più disparate esigenze della vita quotidiana. Ne è testimonianza il versante orientale della collina del Manfìo si caratterizza per la presenza di numerose strutture realizzate in pietra a secco. Numerosi sono infatti i muri, di confine o di terrazzamento, spesso nascosti dalla vegetazione, presenti sulla collina; a questi si accostano strutture più complesse, come resti di piccoli ripari trulliformi e imponenti pajare. 

Le strutture più enigmatiche e forse più antiche sono rappresentate dalle numerose specchie, di piccole e grandi dimensioni, che costellano il versante sudorientale della collina. Diverse sono le teorie sulla funzione originaria delle specchie salentine. Alcune di queste rappresenterebbero dei tumuli funerari, come dimostra il caso di Specchia Artanisi ad Ugento, dove gli scavi hanno restituito delle sepolture risalenti all’età del Bronzo (A. M. Bietti Sestieri et al. 2009); in altri casi si tratterebbe di strutture per il controllo del territorio, quali torri d’avvistamento o resti di motte (rudimentali strutture fortificate) di età Normanna (è il caso, ad esempio, di Specchia Torricella a Supersano, cfr. P. Arthur, G. Fiorentino, A. M. Grasso, M. Leo Imperiale, 2007). Nel nostro caso solo indagini archeologiche più approfondite permetterebbero di chiarire la funzione di queste strutture. 

Al culmine del contorto groviglio di sentieri, quasi risultato di una “cerca” sacra, nascosto dalla vegetazione che sembra volerne custodire l’intimità, si trova il Menanthol: un menhir forato, forse testimone silenzioso di antichi culti che si perdono nella notte dei tempi.

Ciò testimonia come la collina del Manfìo sia ancora oggi un luogo ricco di segreti e misteri da svelare.

Al link seguente trovate un interessante video realizzato dall’équipe di “Salento tra storia e natura” che vi illustra alcune delle bellezze del luogo.

Bibliografia:

  • P. Arthur, G. Fiorentino, A. M. Grasso, M. Leo Imperiale, La storia nel pozzo. Ambiente ed economia di un villaggio bizantino in Terra d’Otranto, Supersano, 2007
  • A. M. Bietti Sestieri et al., Ugento: ricerche archeologiche sulla Specchia Artanisi e sul territorio circostante, Leucasia, 2009
  • L. Corvaglia, Finibusterre, Edizioni dell’Iride, 2006 [I ed. 1936]
  • E. Ingravallo, La passione dell’origine. Giuliano Cremonesi e la ricerca preistorica nel Salento, Conte, 1997
  • A. Lupo, A. De Bernard, M. Paone, La cripta del Crocefisso della Macchia. Storie e geografie sconosciute, Congedo, 1998
  • A. Stefàno, Finibusterre: ritratto di un salento dimenticato, ass. Archès, 2020
  • Catasto grotte Puglia