La difficile vita della cotogna

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mele cotogne
Foto: Alessandra Nuzzo

Nonostante novembre non si possa decisamente annoverare tra i mesi notoriamente più allegri dell’anno, per me è sicuramente quello più profumato.

Mi bastano l’odore dei caminetti accesi, delle grigliate, di San Martino, delle caldarroste e dei mandarini e il profumo intenso dell’olio delle olive appena spremute.

E, andando indietro con i ricordi, sento ancora quel profumo intenso delle mele cotogne appoggiate come tappi sulle botti del vino novello. Non ho mai saputo se ci fosse una spiegazione scientifica dietro a quell’uso, ma mi è sempre sembrata una cosa così romantica da non aver mai voluto sapere la verità a riguardo, che so già mi avrebbe tolto tanto della poesia che ancora adesso sento quando penso a quell’immagine.

Ed è proprio questo il mio primo di ricordo di questo frutto, bitorzoluto e dalla buccia pelosa, che tanta fortuna in effetti non ha avuto nelle dispense del passato, proprio per il suo potenziale non del tutto evidente al primo sguardo.

Anche se solitamente è definita come un ibrido tra la mela e la pera, la mela cotogna (o, in maniera più corretta, semplicemente la cotogna) è un frutto di tutt’altra provenienza.

Il cotogno appartiene sempre alla famiglia botanica di meli e peri, le Rosaceae, ma si classifica in un genere diverso, e cioè quello della Cydonia, originaria dell’Asia ma coltivata in tutto il mediterraneo. L’origine antica delle cotogne sul territorio italiano è dimostrata anche dai nomi di alcuni paesi che derivano palesemente dagli alberi di questo frutto: Codognè nel trevigiano, ad esempio, o Codogno nel lodigiano. Ma anche Puglia, Campania e Sicilia hanno visto una importante presenza di questo frutto sul loro territorio.

È una storia antica quella della cotogna, che per molto tempo non è stata consumata con estremo piacere, a causa del suo sapore molto aspro nonostante la piena maturazione. 

I suoi impieghi nel corso del tempo sono stati comunque molteplici: da profumatori per armadi e ambienti a ingredienti per decotti medicinali e curativi. Dalle mele cotogne si producono anche una gustosa grappa, un buonissimo aceto e un piacevolissimo sidro. Nella tradizione contadina i ramoscelli del cotogno venivano anche intrecciati per produrre cestini utili sia alla raccolta che alla conservazione e al trasporto di frutti e alimenti vari.

Una serie di immancabili credenze popolari la raccomandavano anche come efficace antidoto contro gli avvelenamenti o come deterrente per streghe, orchi e altri esseri spaventosi.

Le cotogne, oltre ad apportare pochissimi zuccheri e calorie, sono un’ottima fonte di vitamine, fibre e sali minerali e, grazie alla loro azione astringente e antinfiammatoria, hanno anche un effetto benefico sull’apparato gastro-intestinale e rappresentano un buon rimedio contro tosse e infiammazioni delle vie aeree.

Ma il prodotto per cui la cotogna è forse maggiormente conosciuta è sicuramente la cotognata, una confettura compatta a metà tra la gelatina e la classica marmellata, grazie all’abbondanza della pectina come aggregante naturale presente nella sua buccia. La cotognata può essere conservata a lungo e consumata durante tutto l’inverno, festività comprese. 

Solo fino a pochi decenni fa, preparare questo dolce a base di cotogna rappresentava una consuetudine nelle famiglie salentine. Al giorno d’oggi invece la cotognata è diventata così rara da essere quasi considerata un prodotto di pasticceria esclusivo.

Purtroppo, complice sicuramente lo scarso interesse delle grandi distribuzioni commerciali, oggi è sempre più difficile reperire le cotogne. La loro produzione è andata sempre più riducendosi, la coltura del cotogno ha subito un grosso declino a partire dagli anni sessanta, tanto che attualmente in tutto il territorio italiano si contano pochissime centinaia di ettari dedicati alla sua coltivazione e i suoi frutti sono considerati una rarità, difficili da trovare nei supermercati e ormai quasi annoverati tra i frutti dimenticati. 

Cosa si è detto nel tempo a proposito della cotogna?

“Quannu lu cutùgnu fiùra e quannu matùra, lu giurnu cu la notte se misura.” (Quando il cotogno fiorisce e quando matura il giorno con la notte si misura): Il ciclo che va dalla fioritura del cotogno fino alla raccolta dei suoi frutti ricade tra i due equinozi (di primavera a marzo e di autunno a settembre), cioè quando il giorno e la notte hanno la stessa durata.

“Mustàrda, cottu e cutugnata, beddu e bbinchiàtu nà sciurnata.” (Mostarda, mosto cotto e cotognata, stai bene e sei sazio per una giornata): diciamo che si commenta da sé.

“Tre cose te nnùticane lu core: le medde, le cutugne e le palòre.” (Tre cose amareggiano il cuore: le nespole, le cotogne e le parole): ‘nnuticare è forse quella parola del dialetto salentino che meriterebbe un’intera pagina… magari la prossima? 

Intanto provate ad assaggiare la cotogna per capire meglio di cosa stiamo parlando!

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Alessandra lavora come ingegnere Informatico presso il Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici. Quando non ha il computer tra le mani adora leggere, scrivere, mangiare bene, viaggiare e poi tornare a casa. Nella sua terra coniuga le sue passioni in una sinergia tra tecnologia e tradizione, tra il correre veloce dell’innovazione e il lento incedere della natura in ogni sua espressione.