La maca te le stelle

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A dialogare con gli astri ci pensa lei: la maca te le stelle.

Una ragazza col fazzoletto rosso in testa, camicia bianca e gonna rossa; la figura, presente nel presepe, evoca un mondo in cui ognuno viene rappresentato secondo la propria classe sociale, secondo il mestiere, oppure, come in questo caso, secondo, presunti o acclarati, limiti fisici o mentali. Le certezze della comunità poggiano su queste maschere che ognuno indossa e in questa commedia dell’arte tutto è già stabilito e immutabile.

La maca, dal latino ex magare, persa nelle sue visioni si smarrisce; i suoi compaesani, che mai si soffermano a rimirar le stelle, impegnati nella quotidiana lotta per l’esistenza, la canzonano, la dileggiano, motteggiano. Lei, invece, contempla il firmamento con lo stesso atteggiamento del padre della lingua che, nel Paradiso, «per troppa voglia smaga».

La maca te le stelle, in cerca di pace, si intrattiene col cielo, desidera  (de+sidera)  come i naviganti che aspettano di veder le stelle per ritrovar la rotta da seguire. Quindi, anima candida, al contrario dei vastasi (dal greco bastazo) scaricatori dai modi rudi, alza lo sguardo verso l’alto: ad astra per aspera.

Di tutt’altro tenore la macara, donna trasandata, sciatta ma anche strega e ammaliatrice, in grado di lanciare il malocchio o di toglierlo. Così temuta che è necessario mettere sulla soglia di casa un rametto di erba scacciastreghe, e se per caso la si incontra, senza farsi vedere, bisogna incrociare le dita. 

La maca te le stelle e la macara sono agli antipodi, tra di loro corre la stessa differenza che c’è tra la stilnovistica Beatrice e la realistica Becchina; d’altronde le figure dell’universo femminile sono state sempre estremizzate.

O angeli o demoni. Mai… solo donne.

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Maria Rosaria Orlando
Appassionata di linguistica e fortemente convinta che le parole sono magia, incantesimo, sortilegio, emozione e... vanno lasciate in eredità.