La mia festa

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la mia festa
Foto: Alessandra Nuzzo

A settembre del 2006 partecipai ad un contest indetto da Eugenio, il quale chiedeva ai lettori del suo TuttoCasarano di raccontargli le loro esperienze sulla vendemmia. Buttai di getto tutto quello che sentivo e glielo inviai. 
Oggi, 14 anni esatti dopo, mi sorprendo pensando a quanto, sì, sia cambiata la mia vita da allora, ma a quanto io sia rimasta profondamente uguale, nell’emozionarmi ancora delle stesse cose e provando ancora gli stessi sentimenti.

L’articolo di oggi quindi non è nuovo, Eugenio lo pubblicò il 15 settembre di 14 anni fa; ma, in qualche modo, nuovo lo è e mi permette di raccontarmi così, prendendo dal passato e sapendo che da quel passato non mi sono mai allontanata. Per fortuna.

E allora… continua ad essere la mia Festa!

Ricordo ancora come fosse ieri quando, armati ognuno delle proprie forbici, si partiva alla volta di quella che per me era una festa, un divertimento, uno svago.
Quando ancora non capivo e non davo senso a tutto quello che intorno mi accadeva. Era la festa dei bambini che come me, per un giorno, potevano sentirsi grandi e utili. 
Era un lavoro facile, di più non si poteva volere: bisognava solo tagliare, mettere nelle ceste e aspettare che qualcuno venisse per svuotarle. Quando mi stancavo, poi, potevo sedermi su quelle ceste e mangiare del lavoro che stavo svolgendo: nessuno mi diceva niente, non capivo, anzi, perché tutti, guardandomi, ridevano. 
Ero forse così buffa? O era l’aria di quel giorno che rendeva tutti più allegri? Era forse l’odore dolce di quei frutti o l’idea di quello che sarebbero diventati? Era il pensiero di un camino acceso e di un buon bicchiere che scalda a rendere quell’atmosfera così magica?Questo non l’ho mai capito né forse mai capirò quanto c’è di misterioso in questo giorno che ogni anno arriva puntuale e mi regala qualcosa di unico, indimenticabile e solo mio!
Mi sento tuffata in quei giorni in cui, stanca dopo solo poche ceste, mi sedevo all’ombra di una vite a piluccare quella bontà. Ricordo ancora gli occhi dolci di mia nonna che mi guardavano con tanto amore, lo sguardo di papà, contento di avere anche noi, almeno per un giorno, a lavorare con sé, dopo aver comprato apposta per noi le forbici più piccole, per le nostre manine, e la voce della mamma che mi diceva di restare seduta se ero stanca. Ricordo ancora i rimproveri del nonno, quando mi faceva tornare indietro per raccogliere tutti gli acini che, per noncuranza, avevo fatto cadere e abbandonato.
Quanti ricordi, quanto passato, quante voci, quanti sapori e quanti odori mi ritornano in mente al solo sentire una parola: vendemmia.
Una volta mi sentì dire da una signora “La mani di una signorina non devono essere così sporche…”. Ma come? Non si può non sentire sulla propria pelle il dolce di quel mosto, non si può non vedere il colore rosso che da bambina scambiavo per sangue: “…il sangue di Gesù che è quello che diventa tutta quest’uva pigiata quest’inverno”, come mi diceva la mia amata nonna.

Come posso vergognarmi di un pezzo della mia vita, come posso nascondere alla gente che mi è vicina che anche io sono andata in campagna a vendemmiare? E come posso spiegare loro che, finché ne avrò la possibilità, io non rinuncerò per nessuna ragione a quella Festa d’autunno che tanto mi regala e tanto mi fa imparare? Se io sono quella che sono è perché ho vissuto con la mia famiglia, la mia gente, ho avuto la fortuna di conoscere gli antichi sapori, le tradizioni, i vecchi lavori, contenta di poter portare con me e magari raccontare un giorno ai miei figli di quella Festa che sembrava organizzata tutta per me. 
Una Festa alla quale vorrei tanto riuscissero a partecipare.