La storia di Carmine De Luca, ex-IMI. Una vita all’insegna del sacrificio e dei valori

Il 23 febbraio il prefetto Maria Rosa Trio ha consegnato la medaglia d'onore per Carmine De Luca, nelle mani dei suoi famigliari.

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La cerimonia di consegna della medaglia d'onore ai familiari di Carmine De Luca, il nipote Marco De Luca e la figlia Antonetta De Luca

di Antonietta De Luca

Medaglia d’onore a Carmine de Luca

Premessa

Sono trascorsi ormai più di 10 anni da quando papà è venuto a mancare e solo ora trovo il coraggio di mettere mano a quel poco materiale che è in nostro possesso per provare a ricostruire la sua vita: qualche registrazione fatta da Marco, mio nipote, figlio di mio fratello, ancora ragazzino, appunti annotati da mia sorella dalla viva voce di papà e frammenti di ricordi dei suoi numerosi racconti, ancora stampati nella nostra memoria.

La sua è stata un’esistenza contraddistinta da enormi difficoltà, ma sorretta da una forza tenace e un grande coraggio nell’affrontare e superare ogni ostacolo, senza mai soccombere, né fisicamente, né moralmente.

Ha conosciuto, durante la guerra e la prigionia, gli aspetti più orrendi della cattiveria e brutalità umana, ma ha saputo, tuttavia, conservare la sua innata bontà d’animo e la sua generosità, con un atteggiamento sempre positivo verso la vita, apprezzando ogni momento e ogni gioia che ella gli riservava.

Credo che la sua esistenza, le esperienze che ha vissuto non debbano andare disperse, perché costituiscano un lascito prezioso per i nostri figli e nipoti, un monito e un insegnamento per tutti al perdono cristiano e alla solidarietà civile.

Non c’è un solo giorno che non mi torni alla mente un suo ricordo, la felicità e l’orgoglio nel veder crescere i suoi figli, gli occhi lucidi ad ogni pagella che portavamo a casa, il suo ringraziare Dio alla fine di ogni pasto, le sue tenere attenzioni per la mamma, fedele compagna, sempre al suo fianco, anche nei momenti più difficili, la gioia di averci intorno al tavolo tutti insieme, figli e nipoti… Non c’è un solo giorno che non mi torni alla mente il suo amore, forte e tenace, per la famiglia e per la vita.

Carmine, Carminuccio per familiari, amici e conoscenti, di Donato e Anna Pellegrino, nasce a Casarano, il 16 luglio 1922, in una famiglia numerosa, 3 donne e 5 maschi.

Si confronta, fin da piccolo, con una realtà dura e difficile.

Un padre-padrone, che vieta alle figlie di ricevere una benché minima educazione scolastica, lo toglie dalla scuola in terza elementare (continuerà a ricevere una rudimentale istruzione dalla madre che aveva frequentato i primi anni del ginnasio, corrispondenti ai primi anni dell’odierna scuola media) e lo manda, insieme ai due fratelli più grandicelli, Archimede e Vituccio, a lavorare, a soli 9 anni, come servitore in alcune masserie nelle vicinanze di Casarano (papà e zio Vituccio a Supersano).

Papà guardava le vacche e zio Vituccio le pecore. Ognuno guadagnava 10 soldi al mese; tornavano a casa una domenica ciascuno, a turno.

Un giorno tornarono a casa tutti e tre contemporaneamente e il nonno li inseguì con l’ascia.

Il ricordo di queste terribili esperienze non lo abbandonerà neanche da adulto. Capitava spesso, infatti, che si svegliasse durante la notte in preda agli incubi con la visione del padre che lo inseguiva.

Da grandi, in estate, papà e i suoi fratelli trasportavano acqua nei vigneti: l’acqua veniva tirata su dal pozzo con delle carrucole e versata per il trasporto in pesanti recipienti di terracotta, i ‘quartaruni’, solo successivamente furono introdotti quelli di rame, le ‘quartare’.

La sera si recavano in piazza a cercare lavoro con l’orecchio sporco di ‘verderame’.

A seconda delle stagioni, andavano a zappare o a svolgere altri lavori nei campi.

Durante la mietitura andavano in Basilicata (allu messi), dove il grano andava mietuto con la falce, raccolto in covoni e trebbiato.

Papà continuò ad inviare soldi alla famiglia per diversi anni dopo il matrimonio anche dal Belgio, dove era emigrato.

«A 19 anni, il 16/01/1942 partii da recluta da Lecce (n. di matricola 21812), insieme a quelli della mia classe, tutti lo stesso giorno e andammo a Nola-Baiano. Prendemmo la Vesuviana per Pompei. Facemmo il campo e intanto facevamo esercitazioni di tiro. Restammo a Pompei per un mese. Dormivamo nelle tende, proprio sotto il Vesuvio.
Il cibo era scarso e, spinti dalla fame, ci aggiravamo per le campagne in cerca di frutta per mangiare. Mele, pere, albicocche, qualsiasi cosa riuscissimo a trovare. Spesso i contadini ci beccavano e ci inseguivano, venivano anche a lamentarsi con i comandanti. Chi veniva scoperto in possesso di qualche frutto, veniva punito con giorni di prigione. Io me l’aspettavo e la nascondevo in modo da non farmi scoprire.
Poi ci portarono a Nola. Lì incontrammo Mussolini che tenne un discorso: “Se avanzo, seguitemi, se indietreggio, uccidetemi”.
Feci 13 mesi e poi (il 12 maggio 1943) mi aggregarono alla Marina, a Secondigliano, con il 551° gruppo artiglieria contraerea, (con il grado di soldato, arma Artiglieria, reparto artiglieria contraerea). Dopo 4 giorni fui mandato a Brindisi. Facevo parte del gruppo “scorta-convoglio” [1].

Sai che Brindisi non dista tanto da Lecce, per cui chiesi un permesso di 24 h. per andare a trovare la famiglia, visto che era imminente la partenza per la guerra. Mi misi a rapporto e andai dal comandante del gruppo – dissi che volevo andare a casa a vedere la famiglia, dal momento che da un giorno all’altro potevamo ricevere l’ordine di imbarcarci. Il comandante mi rifiutò il permesso, proprio perché si aspettava l’ordine di partire da un momento all’altro. Noi eravamo già stati suddivisi in gruppi di sei. (Ad ogni mitragliatrice erano assegnate 6 persone). Ognuno era assegnato ad uno dei 6 pezzi della mitragliatrice: il capo-gruppo, il caricatore, il tiratore (quello che sparava), l’aiutante caricatore e l’aiutante tiratore. Io ero “caricatore”, quello che metteva i colpi nella mitragliatrice.
L’ordine di imbarcarci e partire giunse proprio il giorno dopo. Venne, infatti, il Comandante, quasi volesse giustificarsi per avermi rifiutato la licenza, e mi disse: “Hai visto, figliolo? Se ieri ti avessi dato il permesso di andare a casa, io mi sarei trovato nei guai e ne avrei pagato le conseguenze.
Fui imbarcato sul piroscafo PRODE [2] che faceva servizio di approvvigionamento alle truppe militari italiane stanziate nel Mar Egeo».

Dopo l’8 settembre 1943, l’isola di Lero fu al centro di una forte azione tedesca, intesa ad acquisire il controllo di tutte le isole dell’Egeo.

Alle 18.30 dell’8 settembre, il radiotelegrafista addetto alle intercettazioni, comunicò che Radio Algeri aveva trasmesso la notizia dell’armistizio. La prima direttiva del Capitano di Vascello (poi Vice-Ammiraglio) Luigi Mascherpa, fu di assumere l’assetto di emergenza con la precisazione di reagire immediatamente a qualsiasi intimazione o offesa, “anche se tedesca”. Rodi cadde il mattino del giorno 11. Poi fu la volta delle altre isole, una per una. Lero fu tenuta per ultima.

Alla proclamazione dell’armistizio da parte del maresciallo Badoglio, i Tedeschi, al fianco dei quali si era combattuto fino al giorno prima, divennero nemici e misero in atto i piani di invasione della penisola e di disarmo delle Forze Armate Italiane dislocate nella penisola, nella Francia meridionale, nei Balcani, nell’Egeo.

A Lero, una piccolissima isola del Dodecaneso, una sorta di paradiso terrestre tra il verde e l’azzurro dell’Egeo, era stanziata la Regia Marina, l’Aviazione, l’Esercito (fanti del 10° Reggimento della 50ª divisione fanteria “Regina”), più piccoli nuclei di Carabinieri, Finanzieri e appartenenti alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, circa 8.000 soldati italiani complessivamente.

L’isola di Lero, 53 km2 di superficie totale, facente parte delle Sporadi Meridionali, era divenuta un possedimento italiano fin dal 1912, quando venne occupata dai Marinai della Regia Marina durante le fasi iniziali della guerra contro la Turchia per l’occupazione della Libia.

1. Isole del Dodecaneso

Scoppiate le ostilità della 2° guerra mondiale, a partire dal 10-06-1940, Lero fu utilizzata principalmente come base d’appoggio per le torpediniere e i sommergibili operanti nel Mar Egeo e nel Mediterraneo Orientale. L’Italia possedeva, inoltre, Rodi, Samo, Siro e Coo.

Il 26 settembre iniziò il bombardamento dell’isola da parte dell’aviazione tedesca che si concluse con lo sbarco di truppe sull’isola e portò, il 16 novembre, alla resa prima degli Inglesi e poi degli Italiani, che avevano combattuto con furore e tenacia contro gli ex-camerati tedeschi. Dopo il lungo bombardamento aereo, gli uomini della Wehrmacht sbarcarono sull’isola il 12 novembre 1943 e iniziarono i combattimenti, che durarono per più di 50 giorni, per prenderne possesso, contrastati dal Regio Esercito che rifiutò di arrendersi e tentò strenuamente di resistere, insieme al contingente inglese.

Dopo il proclama di Badoglio, Luigi Mascherpa, contrammiraglio nella Regia Marina e comandante a Lero, decise di stare con Badoglio e, quindi, di non consegnare le armi ai Tedeschi che avevano proposto la resa. Gli Italiani resistettero agli attacchi per oltre 50 giorni, poi capitolarono, anche perché i Britannici si erano arresi prima di loro, ma solo dopo un bagno di sangue, come dimostra il piccolo cimitero inglese di Lero.

La battaglia finì il 26 novembre 1943 con la vittoria delle truppe tedesche.

Gravi furono le perdite sia per gli Inglesi che per gli Italiani.

Per gli Italiani ci furono 300 caduti, 12 ufficiali passati per le armi, 120 feriti, nonché la perdita di 12 unità navali. L’ammiraglio Luigi Mascherpa fu consegnato alla Repubblica di Salò e giustiziato, mediante fucilazione, il 24 maggio1944 al poligono di tiro a Parma.

Il piroscafo Prode venne affondato il 5 ottobre 1943, dopo essere stato danneggiato nei giorni precedenti, a causa del bombardamento di Lero da parte dell’aviazione tedesca. L’affondamento avvenne, con precisione, a Portolago (Lakki) di Lero, una cittadina del Dodecaneso, fondata dagli Italiani agli inizi degli anni trenta, chiamata così in onore di Mario Lago, governatore delle isole italiane dell’Egeo dal 1922 al 1936.

La battaglia di Lero fu l’ultima campagna vinta da Adolf Hitler in Europa. Da quel momento cominciò la sua disfatta, ma prima che tutto accadesse, per molti Italiani cominciarono i tempi bui degli Internati Militari Italiani.

La tragica vicenda degli IMI è una storia di resistenza e di amore per l’Italia a lungo dimenticata. Lì, nell’Egeo, cominciò la Resistenza italiana, quella senza colore politico, fatta di ragazzi che rimasero fedeli alla patria e agli ideali di libertà.

Oltre 600.000 militari italiani che si rifiutarono di collaborare con i nazi-fascisti, vennero catturati dalle truppe germaniche, in varie parti d’Europa, disarmati, privati di tutto e deportati in Germania o nei territori controllati dal Terzo Reich, in Austria, Polonia, Serbia e Cecoslovacchia, per essere internati nei vari stalag e costretti a lavorare in fabbriche o miniere, diventando ‘schiavi di Hitler’.

Fu una scelta non facile per loro, poiché i soldati italiani facevano parte di una generazione educata a non prendere decisioni autonome. Credere, obbedire e combattere era il motto di quei giovani inquadrati, fin dall’infanzia, nelle formazioni fasciste dei balilla e dei giovani fascisti e lo stesso concetto di patria, all’apice di ogni loro aspirazione ideale, dovette essere rielaborato. Il loro NO fu il primo passo verso la riconquistata libertà di pensiero.

Il loro calvario iniziò quando centinaia di migliaia di soldati e ufficiali vennero ammassati nelle caserme o in recinti predisposti nelle stazioni. Dopo estenuanti attese furono accalcati sui treni in carri bestiame, schiacciati l’uno sull’altro, senza avere la possibilità di sdraiarsi e dormire, torturati dalla fame, ma soprattutto dalla sete e nell’impossibilità di espletare dignitosamente i propri bisogni corporali.

Ancor più drammatica era la situazione in cui si trovarono quanti furono trasferiti dai Tedeschi compiendo la prima parte del tragitto via mare. Dalle isole dell’Egeo partirono infatti navi stipate di soldati italiani dirette verso la terraferma.

Gran parte di queste furono bombardate dagli alleati e affondate, (poiché si sapeva che vi erano prigionieri che sarebbero serviti come manodopera per il Terzo Reich), mentre i prigionieri venivano mitragliati dai Tedeschi per impedir loro di uscire dalle stive, dove erano stati rinchiusi. I prigionieri provenienti dalle isole furono riuniti nei campi di transito e di raccolta di Atene, dulag 136, di Salonicco, dulag 166 e del porto del Pireo.

[Tragico fu il destino del piroscafo Oria, un piroscafo norvegese colto da una tempesta e naufragato il 12 febbraio 1944, lungo la rotta tra Rodi e Atene, destinazione finale il Pireo, provocando la morte di 4116 prigionieri italiani: quelli che si erano opposti al nazifascismo e che per questo stavano per essere internati negli stalag in Germania o nei territori tedeschi.]

Dopo un viaggio in condizioni disumane, appena arrivato nel lager, il prigioniero veniva immatricolato con un numero di identificazione che sostituiva il nome e che era inciso su una piastrina di riconoscimento, accanto alla sigla del campo. Tra le formalità d’ingresso c’era anche la perquisizione personale e del bagaglio.

È importante chiarire che i Tedeschi non considerarono i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 quali prigionieri di guerra, ma, con disposizione unilaterale, voluta da Hitler e accettata da Mussolini, a capo del governo della Repubblica Sociale Italiana appena costituita, li classificarono Internati militari, categoria ignorata dalla convenzione di Ginevra. Vennero così privati quasi del tutto dell’aiuto della Croce Rossa Internazionale.

Gli IMI rappresentavano una risorsa economica eccezionale per il Terzo Reich, un potenziale di manodopera prezioso il cui impiego avrebbe permesso di liberare per il fronte un numero consistente di operai tedeschi.

Le normative stabilite dalla convenzione di Ginevra del ’29 furono sistematicamente violate. Razioni alimentari diverse da quelle degli operai tedeschi, turni di lavoro massacranti, il mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza, a iniziare dall’uso di abiti protettivi indispensabili, ma non forniti agli Internati, furono le caratteristiche standard del lavoro degli IMI del Terzo Reich.

Gli alloggi, le baracche e gli impianti igienico-sanitari erano ben distanti da quanto stabilito dalle convenzioni internazionali e perfino dagli standard fissati dal Reich.

La fame era esperienza diffusa e drammatica dovuta a razioni alimentari scarsissime e che tendevano ad essere ridotte progressivamente, in rapporto all’aggravarsi della situazione bellica. Come conseguenza gli IMI erano soggetti ad ammalarsi gravemente, senza che venissero adeguatamente curati o esonerati dal lavoro. Le stime parlano di circa 45 mila IMI deceduti a causa del deperimento organico dovuto alle pessime condizioni di vita sopportate negli Oflag e negli Stalag e le patologie conseguenti.

Nell’agosto del 1944, a seguito di un accordo siglato tra Hitler e Mussolini il 20 luglio, gli IMI furono trasformati in ‘lavoratori civili’. Questo passaggio, tuttavia, non migliorò le loro condizioni di vita, ma ne rese più efficiente lo sfruttamento in un momento in cui i tedeschi avevano una crescente necessità di mano d’opera coatta.

Decine di migliaia di IMI persero la vita nel corso della prigionia per malattie, fame, stenti, uccisioni. Coloro che riuscirono a sopravvivere vennero segnati per sempre.

I lager del Terzo Reich, dal settembre 1943 al maggio 1945, erano distribuiti nelle varie regioni europee sotto il controllo della Wehrmacht, Germania, Grecia, Francia, Jugoslavia, Albania, Polonia, Paesi Bassi e si distinguevano, in base al grado militare dei prigionieri di guerra, in Oflag, campi di prigionia per ufficiali, e Stalag, per sotto-ufficiali e truppa.

All’interno dei lager, i reclusi conducevano una vita durissima a causa del freddo, della fame, dell’assenza di assistenza sanitaria, delle pessime condizioni igieniche e dell’abbrutimento fisico e morale derivante dalla prigionia. Le latrine erano fossati esterni ricoperti alla meno peggio di tavole. Il campo era solo un luogo dove si dormiva. La mattina ci si alzava per andare al lavoro e si tornava solo la sera. Le colonne di prigionieri, scortati da militari tedeschi, erano costrette a diversi chilometri a piedi per raggiungere i luoghi di impiego. Il lavoro era massacrante: si lavorava fino a 12 ore al giorno per 6 giorni la settimana, con piccolissime pause e pochissimo cibo. La brodaglia che veniva servita non permetteva agli uomini di tenersi in forze per lavorare. La malattia era spesso una conseguenza delle dure condizioni di vita. Le patologie principali erano la tubercolosi, la polmonite, la pleurite e i disturbi gastro-intestinali. In alcuni lager scoppiarono anche epidemie di tifo petecchiale.

A partire da febbraio del 1945, le avvisaglie del crollo ormai imminente della Germania furono preludio alla liberazione che avvenne in momenti differenti, per lo più tra febbraio e i primi del maggio 1945. Il rimpatrio, tuttavia, non fu immediato e si svolse soprattutto nell’estate e nell’autunno 1945, da Germania, Francia, Balcani, Russia. Varcato il confine, gli IMI provenienti dalle regioni del Reich venivano solitamente dirottati verso Pescantina, nel Veronese, dove era stato istituito un centro di accoglienza e smistamento, e dove si organizzavano i trasporti verso le destinazioni interne del paese.

Nell’Italia del primo dopoguerra la storia degli IMI fu presto dimenticata. L’oblio è durato a lungo. Gli storici hanno cominciato ad occuparsi degli IMI solo dalla metà degli anni Ottanta: tardi, ma forse ancora in tempo per far conoscere questa pagina di storia e rendere il giusto omaggio ai 650 mila che, con il loro sacrificio, contribuirono a portare la libertà e la democrazia nel nostro paese. Ben diversa sarebbe stata la nostra storia se questi 650.000 Italiani, davanti alla possibilità di aderire alla Repubblica di Salò ed essere liberati, non avessero rifiutato, preferendo conservare la loro dignità di soldati, rigettare la guerra e respingere il fascismo.

«Si partiva in missione e poi tornavamo. Al ritorno ci concedevano 15 gg. di licenza premio. Partimmo carichi di rifornimenti e andammo a Barletta dove c’era la nave su cui ci saremmo imbarcati. Da Barletta andammo a Taranto dove restammo fermi per 4 mesi. Quindi ricevemmo l’ordine di partire per Molfetta. Caricammo la nave di viveri, munizioni, vestiario. Io ero vestito da Marinaio, divisa blu d’inverno e bianca d’estate.
Dovevamo portare i rifornimenti alle isole dell’Egeo nelle mani degli Italiani: Lero, Rodi, Samo, Sira, Coo. (farina, zucchero, sapone, munizioni).
Finito di scaricare, aspettavamo l’ordine di rientrare a Brindisi, dove avremmo avuto 15 giorni di licenza. Badoglio, intanto, proclamava l’armistizio (8- 09-1943).
I Tedeschi rimasero soli e noi fummo aggregati agli Alleati (anglo-americani).
Io fui aggregato ai Carabinieri. Andavamo, armati e a piedi, a portare i viveri ai combattenti, ai soldati in postazione di combattimento. Durante un bombardamento una raffica mi sfiorò il viso, in prossimità di un orecchio con un sibilo tremendo. Fui fortunato perché mi colpì solo di striscio all’orecchio. La nostra nave fu affondata, attaccata dagli aerei tedeschi. Ci salvammo perché eravamo fermi al porto.
Dopo 2 mesi che ero a Lero, fummo fatti prigionieri dai Tedeschi.
Dopo la cattura ci fecero allineare sul pontile della nave che ci avrebbe portati sulla terraferma, ad Atene; lì ci perquisirono e ci privarono di tutto quello che avevamo addosso, denaro ed effetti personali. Formarono un mucchio e vi diedero fuoco. Da Atene ci condussero, nella veste non di prigionieri di guerra, ma di IMI, ossia ‘schiavi di Hitler’, dopo un viaggio lungo ed estenuante, su tradotte militari, a lavorare nella miniera di rame di Bor, nella Serbia centrale, la seconda miniera più grande d’Europa»
.

2: Prigionieri impiegati nella costruzione della strada ferrata ferroviaria – Miniera di Bor, Organizzazione Todt 1943

Erano circa 7 i campi di concentramento nell’area di Bor, per un totale di circa 50.000 prigionieri di diverse etnie, vi erano anche ebrei, ed erano Ungheresi – i maschi forti – bambini e anziani furono inviati ad Auschwitz e sterminati all’arrivo. Tra il luglio del 1943 e il maggio del 1944, l’Ungheria mise a disposizione della Germania 6.000 cittadini ungheresi in cambio di materie prime. Oltre il 90% dei lavoratori forzati era costituito da ebrei, il resto da minoranze etniche. I “battaglioni di lavoro” dovevano estrarre rame e altri metalli dalle miniere nella regione e costruire una linea ferrata per il trasporto. I campi erano diretti dall’impresa tedesca Organizzazione TODT, mentre un contingente militare ungherese si occupava della sorveglianza.

«Venivano estratti vari metalli, oro, rame, argento, alluminio (secondo il suo racconto). La miniera era così grande da rischiare di perdersi, se si andava nella direzione sbagliata. Scendevamo a 1.150 metri di profondità e si camminava per ore per raggiungere il posto di lavoro. Si andava a piedi fino a 15 km di distanza. Io ne percorrevo in media 5. Ti recavi lì, lavoravi in grazia di Dio e la sera si risaliva. All’uscita venivamo perquisiti, ci guardavano perfino in bocca, nel caso ci fossimo nascosto qualche frammento di metallo prezioso. Se qualcuno osava farlo, veniva punito barbaramente o addirittura fucilato. Le nostre spalle erano coperte di ulcere, causate dalle gocce di verderame che penetravano attraverso la tuta che a lungo andare si corrodeva, benché fatta di pelle. Le tute venivano cambiate solo quando erano completamente logore».

3: Appello dei prigionieri, miniera di Bor

Tempo dopo, alla fine della sua dolorosa odissea – quel lungo nostos di ritorno a casa dalla prigionia in Russia – tornerà ancora a scendere nelle viscere della terra a lavorare nelle miniere del bacino di Charleroi, quando, tornato dalla guerra, viste le scarse occasioni di lavoro, partirà da emigrante per il Belgio, per assicurare un futuro e una vita migliore della sua, ai suoi figli e alla sua famiglia.

«Dormivamo in baracche di legno, fredde e umide su sacchi di paglia, sporchi, posti su letti a castello (assi di legno). Il cibo era così scarso che arrivavamo a mangiare le bucce di patate, cercate nei rifiuti e fatte bollire in barattoli di rame.
Uno dei miei compagni di prigionia era Maruccia Rocco che se ne andò in Calabria
».

4: trasporto minerario a Bor nel 1941

«Dopo 11 mesi fummo presi dai RUSSI».

Nell’autunno del ’44, l’Armata Rossa sferrò una grande manovra strategica di attacco, coronata da successo, nel settore meridionale del fronte orientale, l’offensiva di Belgrado. Dopo il crollo del sistema di alleanze della Germania nei Balcani, e la defezione della Romania e della Bulgaria, le forze sovietiche raggiunsero preziose posizioni strategiche da cui poterono attaccare le numerose forze tedesche in Jugoslavia, riuscendo a raggiungere e liberare Belgrado, dopo una dura battaglia dentro la città. All’operazione parteciparono con un ruolo di grande rilievo le forze jugoslave dell’esercito popolare di liberazione di Tito, che entrarono nella capitale insieme ai carri armati sovietici e combatterono accaniti scontri dentro l’area urbana contro le truppe tedesche.

5. la miniera di Bor oggi

«Dissero che ci avrebbero mandati in Italia a trovare le nostre famiglie (la mamma, la moglie, i figli), ma, anziché portarci in Italia, ci portarono in Russia. Camminammo per 28 giorni, fino a Vidin in Bulgaria. La notte ci accampavamo nelle campagne. Avevamo zoccoli di legno ai piedi. A chi non camminava, gli battevano i talloni con un bastone e se si accasciava, gli sparavano e lo caricavano su un carretto e lo seppellivano nei campi. I vestiti di quelli morti servivano per gli altri. Mi resi conto che gli zoccoli che avevo ai piedi mi facevano avanzare con fatica e difficoltà. Allora decisi di togliermeli e di procedere scalzo, nella neve e nel gelo. Gli zoccoli li legai con una cordicella e me li appesi alla spalla. [Spesso si lamentava di avere i piedi freddi e ci raccontava che tutto ciò era dovuto alle sofferenze patite durante queste terribili esperienze]. Dalla Romania, su zatteroni lungo il Danubio, raggiungemmo la Bessarabia. [Furono imbarcati su barconi che risalivano il Danubio, pigiati in 400 in stive che ne avrebbero contenuti a stento un centinaio]. Ci tennero lì per 5 mesi in un enorme capannone, senza luce né acqua, che era stato usato come deposito di grano (ne producono tanto in Russia, oltre a granturco e girasoli, non trovi vigneti in Russia). Dormivamo su pavimenti di legno, senza neanche un pagliericcio, uno sull’altro, nel tentativo di combattere il freddo. Non di rado, qualcuno veniva trovato privo di vita la mattina seguente, vinto dal freddo e dagli stenti. [Non dice cosa ha fatto lì]. Quindi ci portarono in Russia, a Rostov, in Ucraina, dove ci fecero lavorare con i civili Russi nella ricostruzione delle case distrutte dalla guerra. Lavoravo per la ricostruzione di un condominio bombardato di oltre 200 stanze. Ci lavoravano più di 200 prigionieri. Io ero il caposquadra di 10 persone. Dormivamo in un campo di concentramento, con letti a castello, sulla paglia. Eravamo in tutto 1.500 prigionieri. In seguito fui mandato a lavorare in una fattoria dove, grazie alle cure della figlia del padrone, che mi aveva preso in simpatia, riuscii a riprendere le forze e a ristabilirmi. I Russi ci ripetevano ogni tanto: “Italyntsy, scoro domoi”, “Italiani, presto a casa”, ma intanto passarono 26 mesi. Durante il viaggio in treno dalla Bessarabia all’Ucraina, ci ammalammo tutti di tifo petecchiale. Fummo trasportati in un ospedale da campo [3] , una lunga baracca di legno, con quattro file di letti, adibita ad infermeria. Ne morivano 3/4 al giorno. Li vedevo portare via, proprio davanti al mio letto.  Avevano preso le mie generalità e l’indirizzo per mandarmi a casa, perché dicevano che sarei morto presto. Avevo 23 anni e, soprattutto, avevo una fame tremenda, mi sarei mangiato anche loro. Ci davano da mangiare due aringhe salate al giorno”.

Alcuni dei nomi di soldati deceduti in quel campo, dall’archivio di stato di Bolzano:

«Passavano a visitarci un medico russo e un capitano medico italiano.
Una mattina il medico italiano tornò indietro, dopo la visita, e mi disse: “Guarda che tu non sei malato di tifo come ti stanno curando, tu hai una febbre intestinale. Tu starai bene, non rischi di morire, ma se continui a mangiare le aringhe, farai la fine di quelli che vedi passare davanti a te”.
La mattina passava a portarmi dei farmaci adatti alla mia malattia e guarii. Stetti bene. Anche grazie ad un infermiere, un cuoco napoletano, un bravo ragazzo che non ho mai dimenticato, che mi disse che non mi avrebbe portato più le aringhe, ma quello che mangiava lui, la sua porzione di grano. Le aringhe le avrebbe mangiate lui. Guarii e presi a lavorare.
Ci fecero scrivere una cartolina dalla Russia che arrivò un anno dopo che ero ritornato a casa».

Gli Italiani detenuti nei lager nazisti in Polonia e in Serbia furono liberati nel corso della travolgente avanzata dell’Armata Rossa sul fronte orientale.

Ma la destinazione dei militari italiani, “liberati” dai Russi, non era l’Italia, come fu fatto loro credere, ma i territori russi, dove vennero sfruttati nelle fabbriche, nell’edilizia, nell’agricoltura.

I soldati italiani trovati dai Russi nel lager di Bor nel 1944, (questi IMI furono tra i più sfortunati), “liberati” dall’Armata Rossa sovietica che avanzava verso ovest, non furono rilasciati ma “beneficiarono” di un secondo soggiorno nei campi di prigionia e trasferiti nei lager dell’URSS, di nuovo a lavorare come schiavi, denutriti e scalzi, parecchi mesi ancora dopo la fine della guerra.

Furono costretti a percorrere a piedi un tragitto di 50 km, sotto una pioggia torrenziale. Durante la marcia molti caddero sfiniti. Furono, quindi, rinchiusi a Izmailia, nel distretto di Odessa, in Bessarabia, sul Mar Nero, al confine con la Romania, sul Danubio. Vi morirono 673 nostri soldati. Infine arrivarono a Reni, una città sull’esatto confine tra Romania e Ucraina, pochi chilometri a Nord-Ovest del Mar Nero, dove era dislocato il campo di prigionia n. 38, riservato sostanzialmente agli ex-IMI. In questo lager morirono di stenti 397 soldati italiani. Un altro campo riservato solo agli ex-IMI era quello di Taganrog, n. 251, nella regione di Rostov, alla foce del Don, sul Mar di Azov, dove morirono 89 ex-Internati dei Tedeschi.

Pur non avendo combattuto contro l’Unione Sovietiva, perché non erano inquadrati né nel CSIR, né nell’ARMIR, e pur essendo ormai l’Italia un paese cobelligerante, gli IMI furono trattati come prigionieri di guerra e trasferiti arbitrariamente nei lager sovietici, dove condivisero la tragica sorte dei prigionieri dell’ARMIR. L’atteggiamento delle autorità sovietiche nei loro confronti apparve subito punitivo: si doveva far pagare, comunque, all’Italia la colpa di aver attaccato l’Unione Sovietiva. Inoltre gli Internati, aggiunti ai militari dell’ARMIR già reclusi nei lager, avrebbero contribuito ad aumentare il numero di prigionieri da barattare nelle imminenti trattative per la pace.

Nonostante i nostri soldati si trovassero nei lager tedeschi perché dopo l’8 settembre avevano dichiarato di non condividere la politica di Mussolini, ai Sovietici non importava da che parte stessero ora. Ai Russi premeva solo comprimere tutto quello che era italiano, usando ogni brutalità per punire quei soldati che avevano osato invadere, assieme ai tedeschi, l’Unione Sovietica (durante la Campagna di Russia). Non importava da che parte stessero ora. Molti soldati italiani vennero trattati dai Russi come manodopera forzata e, successivamente, come merce di scambio. I nostri militari tornavano a casa e l’Italia consegnava tutti i Sovietici che si erano rifugiati nel nostro paese, anche prima del conflitto mondiale, consegnati ad un destino tragico.

A partire dal 18 settembre 1946 cominciò la rimpatriata degli Italiani dalla Russia. Partimmo da Rostov il 18 settembre, arrivai a casa due mesi dopo, il 18 novembre.

«Viaggiavamo, accompagnati da guardie russe, su tradotte militari, con continue interruzioni. Si viaggiava per un giorno o una notte e, raggiunto un paese, ci fermavano su un binario morto per diverse ore e anche per 4/5 giorni.
Durante una di queste soste, notammo dei covoni di paglia in un campo lungo i binari e chiedemmo alle guardie se potevamo andare a riempirci un sacco per dormirci sopra, visto che nelle tradotte dormivamo su sedili di legno. Ci diedero il permesso, ma io persi il treno. Non riuscii a raggiungerlo per pochi metri. Passai la notte in stazione. Il capostazione mi disse di non preoccuparmi che il giorno dopo, zaitra, ne sarebbe passato un altro.
La prima tappa italiana fu Trento. Lì ci consegnarono agli alleati.
Restammo fermi per diverse ore. Avevamo una fame da lupi. Sul treno ci davano un pezzo di pane da un chilo, duro e raffermo al giorno, ogni 5 persone. Il rancio consisteva in un mestolo di zuppa, a base di grano e cipolle. Le cipolle le aggiungevano intere e non lavate, ancora sporche di terra. Mangiavamo brodo e terra. L’acqua la trovavamo dappertutto quando si scendeva dal treno.
Arrivati a Trento ci mettemmo alla ricerca di qualcosa da mangiare. Scovammo un vagone pieno di verze. In pochi minuti lo svuotammo. Alcuni restarono a mani vuote. Io riuscii a prenderne due. Le divorai crude, in un lampo. Mi si gonfiò la pancia. Se ne accorsero le guardie americane che ci inseguirono e riuscirono a recuperarne qualcuna, togliendole a chi non aveva finito di mangiarle e non le aveva nascoste bene. Uno dei soldati, un americano disse, in un italiano con accento abruzzese: “Un momento fa un vagone pieno di verze, un minuto dopo niente”. Mi sembra ancora di sentirlo.
Ripartimmo da Trento e fummo condotti a Verona (il centro di smistamento di Pescantina). Lì avevano allestito un accampamento, con letti e ci dissero che se qualcuno avesse bisogno, poteva farsi vedere da un medico.
Io avevo un ascesso, infetto e purulento, al collo. Me lo medicarono e me lo fasciarono. Ci ripulirono, ci medicarono, ci diedero scarpe e vestiti nuovi e, dopo alcuni giorni, ripartimmo. A Bologna ci fermarono per alcune ore e potevamo approfittare per farci medicare. Nelle vicinanze c’era un’infermeria e chi ne aveva bisogno, poteva essere accompagnato. Io ne approfittai per farmi vedere l’ascesso al collo.
Chiesi di andarci e un signore ci accompagnò, insieme ad altri 5/6 che ne avevano fatto richiesta. Alla vista di quell’edema, il medico si rivolse alla suora e le disse di passargli gli strumenti per inciderlo. Io gli feci notare che stavo tornando dalla mia famiglia, dopo quattro anni di assenza e senza che avessero mai ricevuto mie notizie. Il medico, allora, visibilmente turbato, disse che, a questo punto, sarebbe stato meglio farmelo fare a casa. Si fece portare del disinfettante e me lo tamponò. Era un edema, gonfio e circondato da numerosissimi puntolini.
Il viaggio di ritorno durò diversi giorni, per via delle strade interrotte. Percorrevamo anche tratti a piedi, per raggiungere un altro treno. Si restava fermi per ore e si cambiava spesso treno.
Arrivato a Casarano, non andai direttamente a casa. Non sapevo come avrebbe reagito mia mamma. Mi recai a casa di una sorella sposata, la zia Nina, e, quindi, insieme a mio fratello Archimede e mio cognato, andammo a casa. Mio fratello iniziò a preparare mia madre, prima di darle la notizia del mio ritorno. Le chiese se avesse ricevuto mie notizie e se sarebbe stata contenta di rivedermi. Entrai e quando mi vide scoppiò a piangere. Fu una gioia indescrivibile. Cucinarono. Un po’ di pasta. Erano tempi duri e si pativa la fame. Restammo svegli fino a tardi, poi andai a riposare. Il giorno dopo andai a lavorare. Per la mia famiglia. Era il 18 novembre quando tornai a casa. Dopo due anni partii per il Belgio. Non c’era lavoro e pagavano poco. Per una giornata nei campi, ti davano 350 lire».

Ritornò dal Belgio dopo un anno. Ripartì nel 1950. Il 24 novembre 1951 sposò la mamma e partirono insieme per il Belgio. Passarono 5 anni senza che facessero mai ritorno in Italia. Tornarono definitivamente in Italia nel ’59.

Ma questa è un’altra storia.

Visitando alcuni siti sul periodo storico, teatro delle vicende di guerra vissute da mio padre, quando era appena ventenne, sono venuta a conoscenza della legge dello stato del 2006 che riconosceva ai militari italiani deportati ed internati nei lager tedeschi o ai loro eredi, una medaglia d’onore alla loro memoria.

Mi sono procurata la modulistica e la documentazione necessaria e ho inoltrato la richiesta per la concessione della medaglia al Consiglio dei Ministri e spero che venga accolta favorevolmente.

La Medaglia d’onore ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti 1943-1945 è una decorazione destinata ad onorare tutti i cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti durante la seconda guerra mondiale, tra il 1943 ed il 1945, con riferimento sia agli Internati Militari Italiani (Italienische Militär-Internierte, IMI) che ai civili.

La legge n. 296 del 27 dicembre 2006, istitutiva della distinzione onorifica, dispone la “concessione di una medaglia d’onore ai cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra, ai quali, se militari, è stato negato lo status di prigionieri di guerra, e ai familiari dei deceduti, che abbiano titolo per presentare l’istanza di riconoscimento dello status di lavoratore coatto”.

Il legislatore italiano, dopo aver sancito che “la Repubblica italiana riconosce, a titolo di risarcimento soprattutto morale, il sacrificio dei propri cittadini deportati ed internati nei lager nazisti nell’ultimo conflitto mondiale” ha individuato nella “medaglia d’onore” un opportuno riconoscimento simbolico.

La medaglia d’onore è coniata dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato in metallo (bronzo), con nastrino. Al dritto porta lo stemma della Repubblica Italiana con intorno la scritta: “Medaglia d’Onore ai cittadini italiani deportati ed internati nei Lager nazisti 1943-1945” ed al rovescio, dentro ad un cerchio di filo spinato spezzato, che dimostra la libertà ritrovata dal nazifascismo, è inciso il nome e cognome dell’internato o del deportato.

La consegna della onorificenza ai superstiti o alle loro famiglie è stata idealmente collegata ed ha luogo alla data del 27 gennaio, “Giorno della Memoria”, istituito con la legge del n. 211 del 20 luglio 2000, approvata all’unanimità da tutte le forze politiche per ricordare lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti e rendere omaggio alle numerose vittime, nonché a tutti coloro che, a rischio della propria vita, si sono opposti al progetto di sterminio nazifascista, salvando vite umane e proteggendo i perseguitati: in tale data, infatti, si commemora il 27 gennaio 1945, quando i soldati dell’Armata Rossa entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz abbattendo i cancelli del più esteso luogo di sterminio nazista, oppure in occasione della Festa della Repubblica, il 2 giugno.

Ringraziamenti

Ringrazio mio nipote Marco per avermi fornito le registrazioni con i racconti di papà, mia sorella Maria Grazia per aver annotato alcune notizie sulle vicende da lui vissute, i miei fratelli Donato e Luca che conservavano ancora alcuni ricordi dei suoi racconti. I miei amici Paola Panarese e Franco Lamonica per i loro suggerimenti.    

Un riconoscimento particolare a Giuseppe Argentiero, un ragazzo che non ho ancora avuto il piacere di conoscere, ma che mi ha incoraggiata, sostenuta e aiutata con i suoi preziosi consigli. Nipote di un ex-IMI, ha svolto e continua a svolgere eccellenti ricerche sul periodo storico vissuto dai nostri familiari, per onorare la memoria del nonno e per trasmettere ai giovani i valori di libertà e di pace, contro ogni forma di dittatura, violenza e sopraffazione. Solo attraverso la conoscenza e la consapevolezza degli orrori della guerra e del nazi-fascismo è possibile arginare ogni forma di odio e di razzismo.


[1] Navi da guerra che scortavano un gruppo di mercantili nei confronti di una minaccia militare

[2] Il regio Piroscafo da carico Prode, di 1244 tsl – tonnellate di stazza – costruito nel 1903 e appartenente all’armatore Guido Vitali e C. di Roma, venne requisito a Taranto dalla Marina Militare e temporaneamente militarizzato, il giorno 7 giugno 1943. Sarebbe stato restituito all’armatore alla fine delle esigenze militari. Presso l’arsenale di Taranto venne sottoposto a lavori di adattamento alle esigenze belliche, con l’aggiunta di posti letto ed alcune mitragliere. Ultimati i lavori, il 27 luglio 1943, il piroscafo vene assegnato alla flotta dell’Egeo presso la base della Marina Militare di Lero ed iniziò l’attività militare. Il trasferimento a Lero non fu diretto ma seguì il seguente itinerario: Taranto- Brindisi-Bari, dove si doveva imbarcare materiale per il presidio dell’Esercito dell’isola di Simi, oggi Samos.

[3] [È probabile che il campo a cui fa riferimento fosse il campo di Reni].

FONTEAntonietta De Luca
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