Lingua e linguaggio, un sistema di segni non di gesti

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Lingua e linguaggio, un sistema di segni non di gesti

La lingua non è il linguaggio. ha una sua grammatica, le sue regole e si adatta ai vari registri comunicativi.

È un gioco di resilienza trovare del buono nel pessimo; è un bene far vivere il fanciullino giocoso dentro di noi; dunque giochiamo a trovare il meglio della quarantena: il vocabolario!

Il vocabolario pare sia quel librone che, in assenza di altri pesi massimi, tiene tutto il resto degli impaginati polverosi in piedi, sulle mensole.

Ai tempi di «ok Google», quale altro ruolo possiamo conferirgli? Il passatempo della quarantena per esempio. Più tempo di cercare, oppure… quanta retorica della riscoperta di cose antiche come la famiglia, gli affetti, i veri valori (un’espressione di digestione difficoltosa come dopo il pranzo di Natale colora il viso).

Parliamo dell’antenato vocabolario, mica per forza il prototipo di carta, anche quello che circola sulle nostre lingue, ciascuno il suo.

Per esempio: possiamo non ammettere di aver acquisito almeno un nuovo termine durante la quarantena? Qualcuno ha imparato a dire smart working altri, come me, leccarda“, sorbo, cremortartaro.

Ebbene sì, trattasi di termini culinari, un’esperienza che per 35 anni mi ero negata, al punto di svegliarmi all’alba dell’ennesimo giorno di quarantena e pensare: cosa impasto oggi?

Ciò significa che Wigostsky aveva ragione, la lingua crea il pensiero e viceversa.

Mi torna alla mente tutto quel fervore con cui mi scaglio contro i malcapitati che, per caso, dicano in mia presenza: «ahhh il linguaggio dei gesti, quello dei sordi!».

Si dice lingua… dei segni… italiana.

Il linguaggio è un insieme di fenomeni comunicativi verbali o meno, non ha una grammatica, non ha un comunità di ricerca che ne studi l’evoluzione, non si adatta ai vari registri comunicativi, al tempo e allo spazi; la lingua, invece, si!

Non sono gesti, come può essere quello poco cortese di dirottare l’interlocutore verso un luogo affollato, non meglio identificato che con la perifrasi a quel paese oppure quel pugno chiuso che s’innalza per protesta, vittoria, rivalsa…

No! Sono segni e hanno regole precise proprio come le parole. Per finire, è italiana: ma come? Tutti i sordi del mondo non si capiscono? No, a meno che non conoscano le reciproche lingue dei segni perché, come tutte le lingue, la LIS è nazionale, si porta appresso il suo bagaglio culturale, la storia, le convenzioni…

Insomma, è una minoranza linguistica italiana che vive persino nelle ufficialità dei tribunali, nella TV e delle scuole, ma lo Stato non l’ha ancora riconosciuta. Mai come in questi casi, poi, emerge l’orgoglio del possessivo, poiché non è solo dei sordi… è anche MIA e di chi se la ritrova tra le mani!

FONTEens.it
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Chiara Mighali
Appassionata di lingua dei segni, danze popolari, storie di Resistenza, innumerevoli e incoerenti teorie e pratiche, vive a Seclì con un atipico approccio ai luoghi, «nessuno mi appartiene ma tanto ovunque è casa». Da 34 anni frequenta la scuola, il mondo nel mondo, giocando clandestinamente d'anticipo all'inizio; perdendosi nella Filosofia ad un certo punto; facendo della precarietà la sua bandiera prima, del Sostegno la sua mission poi. Oggi, insegnante-assistente alla comunicazione ancora alla ricerca del filo rosso della propria esistenza esperienziale. Pensiero emergente? Lo «svantaggio» è solo un punto di vista, invertendo il senso di marcia la coda passa in testa.