Ma che colpa abbiamo noi?

L'intervista di Simone Andrani a Rocco Baldassarre giovane salentino che si è guadagnato la copertina di Forbes

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Rocco Baldassarre
Rocco Baldassarre

Molte volte politicanti piangenti e adulti incapaci di guardare oltre il proprio naso, hanno accusato i giovani di essere svogliati o “ciusi”: ma avrà un po’ di fondamento questa teoria?

A mettere in discussione la veridicità o l’attendibilità di questa scuola di pensiero, sono giovani come Rocco Alberto Baldassarre, un ragazzo salentino laureatosi non molto tempo fa in Economia presso l’Università di Piacenza ed emigrato nel 2015 nel Nuovo Continente ove, con la sua “Zebra Advertisement” è riuscito ad entrare nell’Empireo dell’imprenditoria, guadagnandosi la copertina di un giornale prestigioso quale Forbes. Ma andiamo a conoscere meglio Rocco con qualche domanda…

Qual è il motivo per cui hai deciso di lasciare l’Italia?

“Ciò che mi ha spinto a partire alla volta degli USA è stato il fatto che in Italia non vedessi premiata l’iniziativa dei giovani e che qualsiasi cosa un ragazzo facesse, in un modo o nell’altro, finisse sempre per essere considerato un inesperto o con l’essere privato di opportunità che in America non mancano, dato che funziona tutto in maniera completamente diversa, anche in virtù del fatto che qui, vige la meritocrazia e se tu vali vai avanti, se non vali resti nel punto in cui ti trovi.

Il “culto del merito” è un qualcosa che mi ha costantemente stimolato, perché ho sempre voluto raggiungere i miei obiettivi facendo leva sulle mie sole forze, così da dimostrare il mio reale valore”.

In cosa consiste il tuo lavoro?

“Il mio lavoro consiste prima di tutto nel capire se un’azienda è organizzata in maniera tale da avere un percorso di crescita”salutare”; una volta che mi sono fatto un’idea su quelle che sono le condizioni in cui versa l’azienda, mi avvalgo delle mie conoscenze pubblicitarie per stilare dei piani capaci di favorire la crescita dell’attività in questione, quindi diciamo che il mio è un lavoro sia di gestione aziendale che di marketing; difatti negli ultimi anni sono diventato un consulente C-level, cioè un consulente che oltre ad interessarsi della gestione delle risorse economiche e finanziarie di un’azienda, si interessa anche della pubblicizzazione della stessa.

Per far sì che il lavoro che mi appresto a fare non presenti imperfezioni, necessito quindi di avere un quadro chiaro e completo di tutto quello che succede in un’azienda, perché oltre ad agire come fossi un pubblicitario, devo anche agire come fossi un amministratore ed anche un operaio, in modo tale da permettere all’azienda che richiede il mio intervento di reperire i mezzi di cui necessita.

Chi si rivolge a me, pur di non andare incontro a dinamiche che potrebbero rivelarsi deleterie, mi offre una percentuale sulle proprie entrate; non di rado mi è capitato di andare in aiuto di proprietari di aziende in crisi che nel giro di poco tempo sono diventati multi milionari.

Per gestire nel miglior modo possibile la propria ed altrui attività, sono dell’idea che occorra essere un buon operaio prima ancora di essere un buon imprenditore”.

Cosa c’è della cultura americana, italiana e salentina in ciò che fai?

“Della cultura americana in ciò che faccio c’è la praticità e la volontà di ottenere il massimo; della cultura italiana c’è l’attenzione e la cura dei dettagli, invece, della cultura salentina c’è il rispetto verso gli altri, perché a mio avviso il raggiungimento di un obbiettivo non può e non deve determinare un danno per essi”.

Dunque il tuo lavoro è anche un esperimento sociologico? “Non sarebbe un azzardo dire che lo sia poiché in ogni momento, mi trovo a stare a stretto contatto con persone che hanno problemi, che sono mosse da sentimenti e che si sacrificano per garantire una vita dignitosa alle loro famiglie.

Creare un sistema di lavoro dove non venga considerato il lato umano, per me è qualcosa di inaccettabile, in quanto a mio avviso, è fondamentale immedesimarsi

nelle altre persone prima di prendere delle decisioni, per riuscire a vivere bene con sé stessi e per crescere a livello personale; di grande importanza è l’entrare nell’ottica che il nostro prossimo non è che una nostra copia, poiché punta a consacrarsi come essere umano e dispone delle nostre stesse possibilità.

I soldi non sono tutto nella vita e non tutto gira intorno a sé; secondo la mia filosofia di vita se domani io dovessi venire a mancare, il mondo continuerebbe ad esistere, dunque la cosa migliore è fare il possibile per più persone.

Negli anni ho capito che il profitto che generi per un’azienda, non ha un’incidenza pari alle relazioni umane a cui dai vita”.

Cosa ti ha indotto chiamare la tua azienda “Zebra”?

“La volontà che un cliente potesse scegliere come distinguersi in una mandria di zebre, dunque tra animali visivamente simili, ma geneticamente diversi (come attestato negli anni da analisi biologiche fatte sulle strisce presenti sul loro manto); sostanzialmente qualsiasi cosa che noi trattiamo, pur essendo un facsimile di quello che anche la concorrenza offre, presenta una particolarità data dalla modalità con cui essa viene proposta al pubblico”.

Come fa una zebra a sopravvivere tra i leoni?

“Diciamo che una zebra per sopravvivere tra i leoni deve sviluppare un’astuzia tale da permetterle di comprendere come possa trasformarsi in uno di essi”.

Avresti mai pensato di diventare un manager?

“Sin da piccolo sognavo di diventare un manager, ma sapevo che per realizzare tale sogno, avrei dovuto dare fondo a tutte le mie risorse e non darmi mai per vinto; proprio la volontà di non sentirmi mai domo, mi ha permesso di osservare che siano necessarie almeno 15 idee prima di riuscire ad arrivare a produrne una che abbia successo”.

Immagino che tutti coloro che ti conoscono siano orgogliosi del fatto che tu sia finito sulla copertina di un magazine come Forbes…

“Diciamo che quando fai un mestiere come il mio, non hai tempo per pensare a chi rendi orgoglioso: se sei orgoglioso lo sei per te stesso; difatti tra gli aspetti che accomunano tutti gli imprenditori vi sono: il pensare che non si stia facendo bene, il voler fare di più e il non guardarsi indietro perché quanto fatto un minuto fa, rappresenta ormai il passato”.

Cosa ti sentiresti di dire ai giovani che puntano ad affacciarsi nel mondo dell’imprenditoria?

“A loro suggerirei di andare a leggere le recenti dichiarazioni rilasciate dal proprietario di “Alibaba Group”, il quale ritiene che per un giovane l’ideale sarebbe: lavorare tra i 20 e 30 anni in aziende medio piccole, dove poter dare un contributo concreto alla causa e apprendere qualcosa da figure disposte a trasmettere la propria conoscenza ed esperienza; tra i 35 e i 40 anni, riuscire a comprendere per cosa si è più portati e dunque quale sia il proprio “skillset”; tra i 40 e i 50 non cercare di apprendere nuove cose, se ormai si è capito che quello che si sta facendo funziona, perché le nuove tecnologie potrebbero costituire un ostacolo a causa del non facile adattamento ad essi ”; contornarsi tra i 50 e i 60 anni di giovani con grande voglia di fare e dotati di mezzi capaci di incrementare il patrimonio di cui si dispone ed infine una volta raggiunti i 70 anni, indossare una camicia a fiori per andare in spiaggia.”

Diciamo che per te un giovane dovrebbe essere affamato e anche folle?

“Esattamente, perché la fame d’esperienza e la follia permettono a te e chi ti ha davanti di cogliere la tua vera essenza”.

Si conclude cosi una piacevolissima chiacchierata densa di significato e carica di speranza.

Rocco è la prova che noi giovani, più che essere degli inguaribili scansafatiche, siamo vittime di politiche troppo poco attente alle nostre necessità, perché schiave di antichi e complessi retaggi, che ci obbligano ad abbandonare la nostra terra e che lasciano spazio ad un unico grande interrogativo:

“ Ma che colpa abbiamo noi se viviamo in un mondo vecchio che ci sta crollando addosso ormai”? *

La colpa ricade su noi giovani solo nel momento in cui smettiamo di credere in noi stessi e nel fatto che la nostra culla culturale e sociale non abbia più nulla da darci, ma anche quando non mettiamo la testa ed il cuore in ciò che facciamo finendo poi con il non considerare che essendo homini, non siamo stati fatti per «viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza». **

Simone Andrani

*The Rokes,”Che colpa abbiamo noi”.

** Dante Alighieri,  Divina Commedia-Inferno (C.XXVI, v.119)

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Orgogliosamente disabile, Simone è attento ai diritti e ai doveri morali. Ama la vita ed è determinato a dimostrare che ogni essere umano ha qualcosa da dire. Viaggiatore e scrittore, Simone è laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi sulla percezione della diversità. L’isola che non c’è è la rubrica ispirata all'omonimo brano di Edoardo Bennato e sostiene l’esistenza di un mondo che offre a tutti la possibilità di mettersi in gioco, di riflettere sul senso della vita, di comprendere che non bisogna dare per scontato nulla e di trovare da sé la chiave di lettura che consente di analizzare ogni aspetto della vita che Honoré de Balzac chiamava: “La Commedia Umana”.