Meglio un’incertezza sincera, invece di una certezza falsa

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Foto: Daniele D'Amato

Caro Alberto,

Prima, seconda, terza ondata. Zona gialla, rossa o arancione, bianca o addirittura arancione scuro. Didattica in presenza o a distanza. Vaccino si, vaccino no, ma poi … quale? E soprattutto, quando? Ripresa, ripresina, ripresona. Bar, ristoranti …e i ristori? Cassa integrazione, asili nido, stop ai licenziamenti. Terapie intensive, tamponi, varianti, Ibra e Lukaku … Che confusione ho in testa!

Vorrei scrivere qualcosa, i pensieri spuntano come funghi, ma le parole latitano. Non appena una decina di loro sembra essere pronta per spiccare il volo, ecco che cominciano a bisticciare e a dirsene di santa ragione.

–          Non hai capito niente, il pensiero era tutt’altro!

–          Stai zitto tu! Sei il solito polemico

–          Ipocrita! Parli, parli …

–          Che scuola hai fatto? Non riesci mai ad infilare una frase per il verso giusto!

–          Senti chi parla …

Tutti i pensieri ammassati all’uscita, a furia di sgomitate e sgambetti, prima o poi escono alla rinfusa e finiscono loro malgrado sui vari social, articoli e discorsi con la dignità di chiacchiera.

Meglio tacere? Meglio il silenzio? Può essere … ma poi … quei pensieri “incasinati” rischiano di esplodere e arrecare danni più o meno gravi … è sotto gli occhi e le orecchie di tutti. In altri casi invece, può avvenire una più discreta e silenziosa implosione, con effetti non meno pericolosi.

Troppo spesso le parole sono in disaccordo coi pensieri … allora?

Non vorrei arrivare a citare il simpatico e mio omonimo conterraneo Cevoli, nella veste dell’assessore Cangini, ma certamente la via più concreta per sistemare la faccenda fra i pensieri e le parole è quella di dare spazio ai fatti.

Richiede un lavoro, non c’è dubbio, ma quando vengono certi pensieri, prima di trasformarli in enunciati, un minimo di verifica è utile farla, evitando così di fare passare per certezze tutti gli atti, le indicazioni, i provvedimenti, che in fondo, non sono altro che dei tentativi.

Carissimo, mi perdonerai se continuo a dare sfogo a quel che mi frulla in testa, ma se ci sono due cose che proprio non sopporto, sono l’ipocrisia e la falsità. Se la realtà è la dimostrazione palese che di fronte a certi eventi si è impreparati, e se davanti all’evidenza dei propri limiti si continua a voler fare credere di tenere tutto sotto controllo, anche quando la realtà ti sbugiarda senza rispetto del tuo ruolo, carica o titolo di studio … beh, sarebbe meglio abbassare un po’ la cresta e guadagnare in umiltà.

Meglio un’incertezza sincera, invece di una certezza falsa.

Mi rendo conto che questo sia un modo di pensare impopolare, ma per temperamento, cultura, educazione, me lo ritrovo addosso. Il valore della parola data l’ho sempre considerata al pari di quella scritta, ed il “non so, mi informo” più dignitoso del “te lo garantisco io”.

Per me questo vale per il presidente del Consiglio, ma pure per il meccanico che mi deve aggiustare l’auto, il tecnico che viene in azienda per aiutarmi a curare le piante o il chirurgo che deve operare una persona a me cara.

Eppure … abbiamo un enorme bisogno di certezze! Abbiamo bisogno di punti fermi per continuare a sperare, per non essere fatalisti e codardi, ma questo non giustifica il nostro improvvisarci risolutori onniscienti in tutte le situazioni. La fiducia e la speranza non si inventano e nemmeno arrivano per decreto! Nascono da altro, da fuori di noi. Qualcuno, o qualcosa, che ci stupisce e che noi inesorabilmente sottomettiamo alla prova dell’esperienza personale. Re-imparare a chiedere, a domandare e anche a pregare, può essere il modo per diventare paradossalmente più credibili. Ognuno ha modo di capire, dove e da chi attingere, quali persone e luoghi sono fonte di certezze e di speranza. In ogni caso, mi sento di condividere il pensiero di chi sosteneva che “nessuno si salva da solo”.

Mi fermo, cerco di mettere un po’ d’ordine, mi sorge un dubbio … rileggo e verifico se ciò che ti ho scritto rispetta i pensieri e le parole che ci siamo scambiati all’inizio di questa avventura, alla ripresa del sito. Sono ancora fedele ai pensieri originari, a quel che mi hai chiesto allora? Ha ancora senso il mio tentativo di tradurre in parole, il pensiero di che ci ha resi amici? Arrivo alla conclusione che … forse … questo devi dirmelo tu.

Ti abbraccio

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Paolo Argnani
Classe 1965 vive da sempre in Romagna e il suo legame con Casarano è dovuto all'amicizia col caro Eugenio. Contadino, marito, padre, nonno, fratello, figlio e amico, ama la vita e chi gliel'ha donata. Qualcuno una volta valorizzò un suo scritto e lui ne rimase meravigliato. Da allora prova a scattare qualche foto qua e là, usando le parole al posto dei pixel. Il suo desiderio non è tanto quello di mostrare il bello, il buono e il vero che ci circonda, ma piuttosto di incuriosire, provocare e stimolare il cuore, la mente e la libertà di chi legge.