Mio fratello è figlio unico

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Negli ultimi 12 mesi gli avvenimenti relativi alla morte di George Floyd, brutalmente soffocato perché colpevole di avere un diverso colore della pelle, ed i vari dibattiti sul DDL Zan e su ciò che nel bene o nel male ne deriva, hanno riacceso i riflettori sull’alterità o, come la definiscono alcuni, la “diversità”… ma esattamente cos’è l’alterità? È un’illusione o un qualcosa di concreto e di insito in ogni particella vitale? Qualsiasi sia la risposta che ognuno di noi voglia sentirsi dare non si può negare quanto essa, secolo dopo secolo, sia riuscita ad acquistare un’importanza tale da divenire un elemento fondamentale in ambito storico-filosofico, psico-sociologico, morfo-linguistico e persino in ambito cinematografico: numerose sono le opere filmiche che hanno fatto proprio dell’alterità, la loro ragione d’essere; basti pensare ad esempio ad un capolavoro quale “Forrest Gump”. Il film che ha consacrato Tom Hanks potrà sembrare banale e ripetitivo a molti, ma non si può dire che non abbia una forza morale e quasi spirituale in grado di far sì che chiunque lo guardi venga pervaso da riflessioni sulla propria vita e sulla vita di ogni singolo individuo con cui si relaziona, finendo per meditare su quanto ciò che a volte si considera un “Vulnus” possa rivelarsi un “Bonus” capace di immettere ognuno di noi sulla via della propria Damasco, e di aprire la mente verso nuovi orizzonti e visioni.

La pluripremiata pellicola a stelle e strisce sembra essere un manufatto riconducibile a Pirandello, poiché cerca di far entrare tutti coloro che ne godono nell’ottica secondo cui dietro ogni parola, ad ogni gesto, ad ogni sguardo e ad ogni comportamento che caratterizza “l’altro” (e che delle volte ne determina la stigmatizzazione), si cela un mistero che una volta svelato sostituisce l’ilarità e la superficialità con una caustica realtà di cui è possibile alleviarne gli effetti collaterali solo ed esclusivamente con una buona dose di umorismo.

Ogni pellicola, di qualsiasi genere essa sia, ha una sua particolarità o prerogativa; nello specifico, quella dell’opera diretta da Robert Zemekis è data dal suo essere atta a dimostrare che persino un uomo (in tal caso un uomo disabile), che esula dai canoni di “normalità” presuntuosamente stabiliti dalla società, ha la possibilità di contribuire alla crescita culturale e sociale della comunità di cui fa parte, ed ha facoltà di vivere, di pensare, di amare e di essere amato più di chi tali canoni li rispetta o di chi nega anche a sé stesso di essersi ormai assuefatto ad essi.

Virgilio ne “Le Bucoliche” scriveva: «Omnia vincit Amor», locuzione che ha come fine ultimo il farsi promotrice di quella teoria secondo cui lo strumento più funzionale alla realizzazione degli esseri umani è l’amore; teoria che, oltre ad essere il leitmotiv di Forrest Gump, rappresenta l’unico sperone di roccia a cui appigliarsi nelle notti buie, quando il mare che ognuno di noi ha dentro è in burrasca. In un mondo ed in un secolo in cui ormai è l’apparire a sopraffare l’essere e l’uomo per infiniti motivi, spesso banali, subisce quasi quotidianamente gli effetti dell’emarginazione, della frustrazione e della solitudine di cui si serve chi ignora che l’altro possa divenire per qualche insulsa ragione suo fratello pur essendo… figlio unico, solamente il rispetto, l’amore e l’amicizia – che si elevano a quel sentimento incondizionato che i filosofi greci definivano”agàpe” – possono andare oltre ogni ostacolo e limite.

L’odio e la discriminazione, in qualsiasi forma si manifestino, non edificano ponti, ma muri e non sono in grado di permettere alla “comunità umana” di consacrarsi come tale o di andare incontro a “movimenti tellurico-sociali” orientati a cambiare il destino degli esseri viventi e di ciò di cui essi si servono, poiché, parafrasando qualcuno, si potrebbe dire che sia «l’amor che move il sole e l’altre stelle».

Simone Andrani

FONTESimone Andrani
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Orgogliosamente disabile, Simone è attento ai diritti e ai doveri morali. Ama la vita ed è determinato a dimostrare che ogni essere umano ha qualcosa da dire. Viaggiatore e scrittore, Simone è laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi sulla percezione della diversità. L’isola che non c’è è la rubrica ispirata all'omonimo brano di Edoardo Bennato e sostiene l’esistenza di un mondo che offre a tutti la possibilità di mettersi in gioco, di riflettere sul senso della vita, di comprendere che non bisogna dare per scontato nulla e di trovare da sé la chiave di lettura che consente di analizzare ogni aspetto della vita che Honoré de Balzac chiamava: “La Commedia Umana”.