Oggi sto di «sciana»

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oggi sto di sciano

E sciana sta per Diana, dea lunare, scontrosa e irascibile.

Oggi che sto di sciana voglio osservare l’eterna commedia umana, voglio leggere nel gran “libro del mondo”.

E allora, buona vita a Silvia che lancia la “sciuscitta”, ovvero la “sagitta”, del telaio e canta;

buona vita al “caruso” scherzoso che ha voglia di divorare il futuro e “allu scusciatatu” che vive senza complicazioni metafisiche, senza cogitare troppo, come indica il termine.

Che tristezza vedere lu “mmattulatu” (abbacchiato) che redarguisce lu ”ssansatu” (povero di senno) e poi fissare “lu superchiu” che bacchetta “lu spilusu”, sempre insoddisfatto.

Sempre accigliato “lu scutreu”(misantropo) che disapprova  “lu stingusu”, il dispettoso. Narcisisticamente compiaciuto è “lu sustiusu”, insofferente a tutto.

Lu “malannata”, che paventa sempre sciagure, dovrebbe essere bandito per DPCM, chi cade sempre in piedi è  “lu nantimisu”, in continuo affanno per la sua attività di  mediatore.

Tale galleria di personaggi palesa uno spaccato della società di qualche decennio fa dove i caratteri, tratti dalla vita vissuta, sono colti nella loro unicità e rappresentano il contesto in cui si muovono.

Grandezza del dialetto e meravigliose caratterizzazioni, altro che emoticon!

E quale faccina si potrebbe utilizzare per rappresentare “lu nnutacusu”? Cioè colui che ha un nodo in gola e non riesce a mandarlo giù.

Scavo psicologico ed etimologie pesanti contrassegnavano quel mondo dove ogni carattere sottendeva un personaggio reale a cui si poteva fare riferimento. Oggi stupide faccine sanciscono la povertà lessicale e di pensiero, svaniscono molti termini che vanno ad adagiarsi sul fondale del fiume Lete; un patrimonio immateriale che si perde per sempre.

Ma oggi che sto di “sciana” voglio omaggiare soprattutto chi fa “sciurnata e parasporiu “, dal greco “paraspori”, cioè lavoro che si fa oltre la giornata lavorativa, ma la massima ammirazione la conquista colui che va “spertu e damertu” ovvero esperto ”expertus” e ramingo (da demerere, senza merito) in cerca della benevolenza di qualcuno. 

E allora buona vita “allu spertu e damertu”!