Ogni volta che torno

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Tante, troppe volte i giovani, (soprattutto i giovani Casaranesi), sono stati e vengono a tutt’oggi accusati di non aver un legame con la propria terra nativa e dunque di essere affetti da un disamoramento cronico per le proprie radici; per le proprie tradizioni e nello specifico per la propria città. Ma ciò costituisce una verità attendibile e assoluta o costituisce un falso mito creato ad hoc da tutti coloro che in passato hanno quasi sempre preferito, (e che forse preferiscono ancora oggi) voltare lo sguardo esclusivamente verso il proprio orticello senza badare a quello altrui?

A far pendere l’ago della bilancia sull’ultima ipotesi avanzata, è la volontà di alcuni giovani di dar vita ad associazioni che, differentemente da altre congregazioni giovanili già esistenti, esulino dall’assumere funzioni elitarie, e abbiano la capacità di acquisire importanti funzioni sociali, sociologiche, politiche (auspicabilmente nel senso più nobile e ancestrale del termine), e in un certo senso anche antropologiche; congregazioni quali ad esempio la neonata “Futura” che fa della simbiosi tra i cittadini e la loro “culla” il suo caposaldo.

Ma che cos’è esattamente “Futura”?

In virtù di quanto affermato dal presidente Marco Ferilli, si potrebbe dire che essa altro non sia che una creatura “partorita” da giovani, e soprattutto per giovani, alimentati da molteplici interessi e accomunati da speranza e passione, nonché simbolo di un amore, come la protagonista dell’omonima canzone di Lucio Dalla. Restando in linea con la celebre canzone, la neonata associazione, guarda al presente e soprattutto al futuro, senza però dimenticarsi del passato ed ha come fine ultimo quello di scorgere e far scorgere nuovi orizzonti, che è ciò di cui più necessita la nostra egra e finora troppo poco valorizzata città. Casarano, così come un assetato nel deserto, ha bisogno di una borraccia di acqua fresca, ha bisogno di persone disposte a impegnarsi nella realizzazione d’idee, azioni e progetti che le conferiscano nuova linfa vitale e che proiettino su di essa una nuova luce in grado di permetterle di trovare la rotta a essa più funzionale a farla librare in volo, proprio come quella “gabbianella” che per molti anni ha contribuito a portare alto il suo nome.

Quanto detto in precedenza, può acquisire una certa concretezza ed evitare di esser etichettato come uno shakespeariano “sogno di una notte di mezza estate”, solo attraverso l’unione d’intenti e la determinazione nel far sì che l’entusiasmo volto a far respirare “aria nuova” alla nostra Città, trovi terra fertile, così che si creino le condizioni adatte a indurre chi per un qualsivoglia motivo sia costretto a lasciarla, a farlo con la malinconia e non con il sollievo nel cuore, e che egli, una volta fattovi ritorno, non abbia remore a pensare e a dire: «Ogni volta, ogni volta che torno, non vorrei, non vorrei più partir… »*.  A mio avviso, per dare seguito al discorso fatto finora, sarebbe poi necessario che, tutti i cittadini, giovani o “datati” per quanto possano essere, partecipino attivamente e in maniera unanime allo sviluppo culturale, sociale e ambientale del paese, portando avanti quella teoria secondo cui da soli si va veloci ma assieme si arriva lontano.

Come scriveva il poeta piemontese Cesare Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».**

Simone Andrani

*Paul Anka, “Ogni volta”, 1964

**Cesare Pavese, “La luna e i falò”, 1950

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