Paese che vai anguria che trovi

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paese che vai anguria che trovi

Caldo asfissiante, sudore, zanzare, grigliate all’aperto, granite e limonate, cocco bello, cicale, gelati, falò in spiaggia. Sì, stiamo parlando proprio di quella stagione lì. Ma, perché si possa veramente definire tale, manca lei, la regina indiscussa dei nostri pranzi e delle nostre cene: l’anguria.

Anguria: ed è subito estate!

L’anguria, o cocomero, come vedremo più avanti tra i diversi modi per chiamarla, è uno dei frutti estivi più amati, per la sua forma divertente, il suo gusto zuccherino e i suoi colori brillanti e patriottici, ed è da sempre associata all’idea di una sana e allegra convivialità.

Nelle giornate al mare più belle che io ricordi, lei era lì, immobile, incastrata nella sabbia, tenuta al fresco per il pranzo e sorvegliata a vista perché il mare non la coprisse o qualcuno la portasse via.

Secondo una vecchia leggenda legata alla sua forma tondeggiante, è stato uno dei giochi preferiti dagli dei, ritrovato in alcuni geroglifici dell’Antico Egitto risalenti a 5000 anni fa. Altre leggende narrano che l’anguria venisse deposta nelle tombe dei faraoni come loro sostentamento per l’aldilà.

Con molta probabilità, l’anguria è stata introdotta in occidente dagli Arabi a partire dal XII secolo e qui vi ha evidentemente trovato le condizioni ideali, visto che predilige il clima caldo-temperato e acqua e luce in abbondanza.

La sua pianta è caratterizzata principalmente dalla particolarità delle sue foglie, a tre lobi e molto grandi e pelose, e dall’elevato numero di frutti prodotti: si parla di alcune decine, se non centinaia in alcuni fortunati casi.

Ma, sicuramente, una delle caratteristiche che maggiormente distingue questo frutto è l’enormità dei modi in cui viene chiamato nelle diverse regioni e persino nelle stesse province, da paese a paese. Di fatto, anguria e cocomero sono quelli più comuni: il primo deriva dal greco angurion, ed è diffuso maggiormente nell’Italia settentrionale, mentre il secondo deriva dal latino cucumis citrullus e viene usato principalmente nell’Italia centrale.

La questione si complica continuando ad attraversare l’Italia e andando verso il sud, dove però ci vorrei tornare tra un attimo, dopo aver prima fatto un giro veloce oltre confine. In francese, ad esempio, l’anguria si chiama melon d’eau (letteralmente melone di acqua), in tedesco wassermelon (letteralmente melone di acqua), in inglese watermelon (non vorrei ripetermi ma, sempre letteralmente, vuol dire melone di acqua).

Adesso posso tornare in Italia e continuare il giro. Dicevo, scendendo verso il sud troviamo il cosiddetto melone di acqua. Ma, aspettate un attimo. Ho detto “melone di acqua”? Ma guarda un po’!

Siamo abbastanza confusi o ne vogliamo ancora? 

Si sappia che in alcune zone d’Italia l’anguria viene chiamata anche cetriolo! Ma troviamo anche zucchino o zucchina, popone, così come anche milune, malune e sarginiscu nei vari dialetti salentini.

Ma è qui, in Salento, che vorrei terminare la corsa (e finire di confondere). Perché cocomero salentino non è un modo alternativo per chiamare l’anguria (il melone di acqua, scusate), ma è una particolare varietà di melone immaturo, comunemente denominato carosello, da non confonderlo con la carosella, con cui invece si indica il fiore del finocchietto selvatico, usato in numerose ricette tipiche della zona.

Il carosello viene consumato in alternativa ai cetrioli, quasi del tutto inutilizzati in questa parte dell’Italia, rispetto ai quali risulta più digeribile per la mancanza della cucurbitacina, una sostanza prodotta per allontanare gli animali erbivori, e che, se consumata in dosi eccessive, può risultare anche tossica.

Nel Salento esistono diversi termini dialettali che si riferiscono allo stesso frutto: cummarazzu o cucummarazzu, miloncia, minunceḍḍe o melunceḍḍhre, spureḍḍhre, cucummari o cucumbrazzi o pagghiotti o barattieddi.

Il cocomero salentino è poco zuccherino, non contiene sodio e ha pochissime calorie; risulta quindi consigliassimo in un regime alimentare a ridotto contenuto calorico e apporta numerosi sali minerali e antiossidanti naturali, oltre che essere molto rinfrescante. E’ spesso consumato in insalata o in pinzimonio, e alla fine del pasto come digestivo.

Io, a dover dire tutta la verità, con mezza miloncia (così è chiamato il carosello a Casarano) svuotata dai semi, ho fatto il mio primo brindisi con del vino versatomi di nascosto dal mio nonno materno. Ogni anno ancora, nella prima miloncia della stagione, il mio brindisi è dedicato a lui.

Ed era lui che puntuale ogni anno ripeteva: “Quannu essune l’ua e la fica, u milune va’ se ‘mpica.” (Quando iniziano a maturare l’uva e i fichi, l’anguria va ad impiccarsi.): più delicatamente, diciamo che, al maturare di uva e fichi, l’anguria non viene più consumata.

E ancora con i proverbi: “A pprètiche e milùni nci òlune e stagioni” (Per prediche e meloni è necessaria la stagione): e cioè, ogni cosa a suo tempo.

“Se vuoi cocomeri grossi come un barile, piantali il primo giovedì d’aprile.”.

E, come dice lo scrittore Fabrizio Caramagna, “Apri l’anguria ed è subito troppo. Troppo succo, troppa estate, troppe risate, troppa felicità!”