Paru cerca paru e paru pija

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paru cerca paru e paru pija
Foto: Daniele D'Amato

La lingua racconta tutto di noi: chi siamo, da dove veniamo, la nostra visione di vita, il nostro modo di stare al mondo, le contingenze storiche. 

La lingua è scienza, arte, magia, sentimento, saggezza popolare.

Paru cerca paru

Torna alla mente questo proverbio e frugando nella memoria irrompe un mondo, neanche tanto lontano, fatto di convinzioni che poggiavano su equilibri secolari, un mondo che apparteneva a pieno titolo agli adulti e che i piccoli potevano solo intravedere attraverso una porta socchiusa. I piccoli dovevano rimanere tali, cercare i loro coetanei e aspettare i riti di passaggio che consentivano di accedere a quel mondo tanto agognato. La sera, però, quando si stava a prendere il fresco si potevano ascoltare i discorsi dei grandi; a volte i racconti erano spaventosi e qualche brivido correva per tutto il corpo, a volte simulando un profondo sonno si carpivano segreti inimmaginabili.   

E paru pija

La società agricolo-patriarcale non prevedeva mobilità sociale. Le regole erano ferree, i matrimoni si basavano sull’economia e, a volte, avvenivano tra consanguinei. Una scelta non condivisa dalla famiglia veniva risolta con “la fuitina” che solitamente costringeva i congiunti ad una pacificazione forzata, raramente i rapporti tra famiglie si interrompevano per sempre. 

Paru pija

A tal proposito, il grande biografo Plutarco riporta un caso singolare avvenuto nell’antica Roma: il matrimonio tra Catone l’Uticense, nemico di Cesare e simbolo di grande statura morale e Marzia. L’episodio, ripreso da Dante nel primo canto del Purgatorio, sottolinea la devozione coniugale dello sposo con le parole << quante grazie (Marzia) volse da me, fei >>.  Per quale motivo, allora, questa storia esce dall’ordinario? 

Catone sposò Marzia ed ebbe da lei dei figli, il suo amico Ortensio, sposato a una donna sterile, gli “chiese in prestito” Marzia affinché procreasse per lui. 

E Catone? Acconsentì.

Marzia, proprietà del padre e del marito, tornò da Catone alla morte di Ortensio.

Tale comportamento, sconveniente per noi moderni, va contestualizzato e analizzato alla luce del diritto romano che contemplava tale pratica tra i doveri del cittadino, al fine di creare maggiore amalgama nello stato, tra uomini di valore. Tale copertura ideologica sottendeva una motivazione molto più prosaica: Marzia diventa erede al momento della morte di Ortensio.

Il matrimonio romano, quindi, era una scelta familiare che poggiava su interessi economici, l’amore era un sentimento che poteva svilupparsi dopo le nozze.

Prioritaria era la necessità di generare cittadini e creare alleanze sociali e politiche.  Tutto, rigorosamente, tra pari.