Tra sacro e profano

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tra sacro e profano
Foto: Fabio Marigliano

La lingua racconta tutto di noi: chi siamo, da dove veniamo, la nostra visione di vita, il nostro modo di stare al mondo, le contingenze storiche.

La lingua è scienza, arte, magia, sentimento, saggezza popolare.

Tra sacro e profano. “Il tempo… di un credo”.

La “carusa” indossato il “mantile” chiede: «Nonna, qual è il tempo di cottura di questa pietanza?» La nonna risponde: «Il tempo di un credo».

La risposta è un meraviglioso retaggio dell’età feudale, segno della persistenza di un ordine eterno e immutabile e di una visione permeata di religiosità cristiana: Dio è principio della realtà e centro di ogni attività umana.

L’espressione ”il tempo della recita di un credo” si perde nella notte dei tempi quando non esistevano gli orologi e la giornata del cittadino era articolata in ore canoniche, stabilite dalla Chiesa ma adottate anche dal popolo al fine di dare una scansione alla giornata lavorativa: si cominciava prestissimo col Mattutino che prevedeva le lodi al Signore,  a cui seguiva sul più tardi “l’Angelus domini”. Nel pomeriggio, all’imbrunire, i Vespri e poi le seròtine con le preghiere di ringraziamento.

La sera, vicino al focolare, piccoli e grandi preparavano il cotone per la tessitura; tra una preghiera e l’altra ai bambini si insegnava la filastrocca:

Sona sona matutinu, le caruse allu sciardinu…

Più laica era la “controra”,  quel momento del pomeriggio in cui vi era divieto assoluto di varcare la soglia di casa, se non per esigenze improrogabili. Era “un coprifuoco” che riguardava tutti ma soprattutto le donne che mai avrebbero osato percorrere le strade assolate del paese senza un accompagnatore.

Sarebbe stato un chiaro segno di poca virtù, di annacquato pudore se non di infamia per la famiglia. Una donna di tal fatta sarebbe stata etichettata dalle pettegole del paese come “trusiana”, cioè donna superficiale, poco seria. Tale termine, ormai desueto nel nostro dialetto, lo ritroviamo nel toscano popolare con lo stesso significato.

Povere donne! Durante la controra non potevano uscire neanche per “il tempo di un credo”.